L’ONU contro la violenza sulle donne
15 aprile, 2013   |  

Il 15 marzo scorso, la cinquantasettesima sessione della Commissione ONU della condizione della donna ha firmato una storica “carta per l’eliminazione e la prevenzione di ogni forma di violenza sulle donne e le bambine e per la salvaguardia dei loro diritti e delle loro libertà fondamentali”.

Non è stato semplice. Già nel 2003 e nel 2012, dopo decenni di disaccordi,  gli Stati membri si erano riuniti sul tema. Senza però riuscire a trovare un’intesa, intesa ora raggiunta e approvata, anche se a maggioranza: 131 Paesi su 198.

La Carta ha un carattere esortativo, ossia non è vincolante per gli Stati membri, ma è il punto di partenza di un processo ancora lungo e difficoltoso che mira a scardinare mentalità e culture, ancora molto radicate, che discriminano le donne. E a edificare un nuovo mondo, privo dei pregiudizi e della cultura sociale di retroguardia.

Ogni paese viene esortato ad agire per eliminare usi, costumi, tradizioni o considerazioni religiose che portano alla violenza nei confronti delle donne e che divergono dai principi della Dichiarazione dell’ONU e dalla Carta universale dei diritti umani.

Il testo adottato si focalizza sulla prevenzione, attraverso l’istruzione e la sensibilizzazione, sulla lotta alle ineguaglianze sociali, politiche e economiche e pone l’accento su un maggiore impegno nell’assicurare l’accessibilità delle vittime alle vie della giustizia.

Sottolinea inoltre come sia importante  creare, per le vittime di violenza, servizi multi settoriali (supporto medico, psicologico e sostegno sociale), promuovere sanzioni più dure per gli aggressori e, prima ancora,  combattere la frequente impunità degli autori dei crimini.

E’ significativo che anche molti Paesi musulmani abbiano accettato di sottoscrivere un paragrafo nel quale si dice che “nessun costume, tradizione o considerazione religiosa possono giustificare le forme di violenza che le donne lamentano“.

Ora la parola è ai singoli Stati.

Il nostro Paese, che pur è abbastanza all’avanguardia nell’emanare leggi antiviolenza, (sullo stupro, contro i comportamenti domestici “di grave pregiudizio morale o di impedimento alla libertà dell’altro coniuge”,  sullo “stalking”), non lo è altrettanto nell’assicurare l’applicazione delle stesse norme emanate, che spesso restano lettera morta.  Atteggiamento che ha attirato critiche da parte dell’apposita Commissione ONU.

A questo si aggiunga che manca una legge specifica contro il “femminicidio”, l’omicidio di donne in quanto tali. Reato per il quale, ad esempio, un Paese come la Bolivia ha emanato una legge che prevede 30 anni di carcere per l’assassino.

Lo scorso novembre il gruppo parlamentare PD presentò una proposta di legge contro “l’omicidio-donna”. Il nutrito numero di donne parlamentari PD potrebbe garantire un rapido iterdi avanzamento e approvazione di quella legge.

Ma nel contempo, il gruppo dirigente composto in larghissima parte di uomini, potrebbe dare concreti segnali di sensibilità.  Quale ad esempio prendere pubblicamente le distanze e rimarcare la incompatibilità con il PD di soggetti fin troppo tolleranti verso fenomeni di violenza sulle donne. E’ il caso, ripreso in questi giorni dalla stampa, dello stupro di una ragazza effettuato anni fa a Montalto di Castro da un branco di otto giovani ed il cui processo non è ancora giunto a conclusione. Ebbene il sindaco PD del Paese a suo tempo utilizzò fondi del Comune (poi dovuti risarcire per effetto di una sentenza della Corte dei Conti) per difendere gli stupratori. E, a quanto viene riportato, non sembra che l’atteggiamento della comunità che continua a governare sia minimamente mutato.

 




 
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