Un diploma di moralità
17 dicembre, 2014   |  

Le notizie di questi giorni non possono non suscitare indignazione.

Non possono in nessun romano, in nessun italiano.

Io questa città la amo profondamente per un elenco lunghissimo di motivi e sapere dalla magistratura che gli amministratori, quelli che più di altri la dovrebbero amare e rispettare, in realtà la umiliano, la deturpano è veramente una cosa che mi fa perdere la ragione.

Però davanti a questi fatti è necessario mettere tutta la ragione possibile, rimboccarsi le maniche e lavorare affinché, così come farebbe un medico, la malattia non si diffonda e possa essere eradicata completamente.

Se verrà confermato ogni addebito, è evidente che tutti i certificati “anti-mafia“, i documenti sulla “trasparenza“, i controlli sui bilanci dell’amministrazione delle società pubbliche e partecipate non sono serviti a scongiurare il diffondersi della malattia. Ci vuole qualcosa di più.

Non bisogna arrendersi alla sconforto nel sapere che i continui disagi non sono dovuti ad una cronica mancanza di fondi, ma ad un arricchimento illecito da parti di alcuni malfattori.

E soprattutto bisogna assumersi le proprie responsabilità. Si, perché le responsabilità, a mio avviso, sono di tanti: sono, è vero, di tutti quegli imprenditori che hanno agito in modo truffaldino, di tutti quei politici che a quanto pare hanno richiesto o hanno ottenuto bustarelle, ma sono anche di tutti quei cittadini che hanno votato quei politici.

Può sembrare un ragionamento da periodo del terrore rivoluzionario francese, ma non è questo. Voglio dire che per debellare completamente la malattia è necessario che i cittadini, quando diventano elettori, non si dimentichino di far rispettare i propri diritti nel richiedere trasparenza e limpidezza ai propri candidati.

Nel caso in cui ci si fosse accorti che vicinanze ad aree di interesse economico non erano poi così sconosciute e nascoste,  votare “questo o quel politico” ha avvalorato l’atteggiamento, lo si è confortato e spinto ulteriormente a proseguire nella propria azione: era un corrotto prepotente e gli si è lasciato spazio.

Voglio guardare avanti. Perché c’è un avanti anche rispetto a questa vicenda. Non è l’anno zero così come non lo è stato “mani pulite” e “tangentopoli” vent’anni fa.

A mio avviso è necessario agire su due direttrici: da una parte mettere la lente di ingrandimento sulle modalità con la quale si organizza il consenso politico e dall’altra rendere “condicio sine qua non” un percorso che qualifichi gli amministratori come buoni amministratori. Rendere obbligatoria un diploma nella scuola superiore di amministrazione che già esiste da anni.

Del resto un avvocato, un ingegnere, un medico non può esercitare la propria professione se non ha precedentemente superato un esame abilitante. Così com’è per un semplice amministratore di condominio. Perché non dovrebbe essere così anche per un amministratore della “cosa pubblica”? Deve essere in grado di conoscere e districarsi in decine, centinaia, migliaia di leggi, quindi deve prima avere una preparazione all’altezza!

Una preparazione fatta di nozioni e anche di morale.




 
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