NO alla rottamazione, SI alla Condivisione
31 ottobre, 2012   |  

Anche se il dibattito nel PD sui “rottamatori” (nel PdL ha preso invece corpo quello sugli “azzeratori”) sembra lasciare finalmente il posto a quello sui contenuti e sui programmi, ritengo che sia necessaria una riflessione più profonda sulla cultura del “giovanilismo”, non solo nella politica, ma anche nella società.

Il termine “rottamazione”, mutuato dal gergo del marketing dei beni durevoli per riferirlo in modo barbaro a delle persone umane, è indicativo dello stato in cui versa infatti non solo la politica, ma più in generale la società, dove si è affermato il valore della giovinezza nel senso più consumistico del significato. A questo vengono associati anche i valori della bellezza e della “velocità” nel senso futurista di marinettiana memoria. Tali valori vengono infatti utilizzati in modo pervasivo per strategie d’ immagine e comunicazione oramai in tutti i settori della società ed i giovani vengono spesso utilizzati come la coreografia di fondo di situazioni che si ispirano retoricamente al “rinnovamento”.

Non che questi valori siano disdegnabili, tutt’altro, ma piuttosto che essere incarnati nella “forma” da icone giovanili o, peggio, da atteggiamenti giovanilisti, dovrebbero far parte di un sistema culturale che preveda, oltre al recupero autentico dei significati,  anche altri valori quali il merito, la capacità e la proposizione di contenuti.

Se guardiamo poi alla società italiana, dove la speranza di vita media ha raggiunto mediamente gli 80 anni, in un momento storico in cui le recenti riforme del welfare ci portano inflessibilmente a lavorare tendenzialmente verso i 70 anni, resta un nodo irrisolto, tra contraddizioni ed ipocrisie, il tema del ricambio generazionale, laddove nel mondo del lavoro  si continuano ad espellere anticipatamente i cinquantenni e nella società a discriminare le persone più anziane ed i vecchi.

La domanda che ci si dovrebbe porre è, pertanto, come si possa agevolare e favorire nella società, in modo non discriminatorio, un pur giusto e necessario ricambio generazionale.

Cavalcare la contrapposizione tra giovani e meno giovani non fa altro che allargare una frattura intergenerazionale che invece dovrebbe essere ricomposta in una visione più rispettosa, sul reciproco confronto delle idee nonché sulla condivisione di valori ed obiettivi, che vedano anche il coinvolgimento dei più anziani come “risorse” che possono garantire alle nuove leve la possibilità di imparare attraverso la trasmissione di esperienza e anche “sapienzale” da parte dei più vecchi.

E’ proprio la mancanza di “valori” condivisi e comune senso dello stare insieme e del divenire, che sta portando ad un impoverimento culturale generale nella società ed a un così basso livello nel dibattito politico italiano. In realtà più che dibattito lo si può ricondurre all’eterna lotta per il potere, elaborata dalla teoria delle elitès, anche se Il sociologo ungherese Mannheim aveva sostenuto che la democrazia non esclude la presenza di élites, ma implica uno specifico principio di formazione e di reclutamento di quest’ ultime.

I veri temi del dibattito politico dovrebbero essere, pertanto, le regole e le modalità di selezione della classe dirigente per la guida del Paese, piuttosto che la problematica del “ricambio” generazionale che, seppur presente, risulta a mio avviso mal posta per quanto esposto in precedenza. La risposta, più che da icone ed atteggiamenti, dovrebbe infatti essere data da un sistema capace di produrre regole efficienti per consentire risposte aderenti alla reali esigenze sociali ed economiche del Paese, garantendo quella “ velocità” decisionale necessaria, richiesta dai tempi imposti dalla società globalizzata.

In tutti i settori della società, partiti politici compresi, si impongono pertanto criteri di valutazione e selezione legati al merito, alle capacità ai contenuti ed alle esperienze, piuttosto che all’età anagrafica, per evitare all’igienista dentale o all’autista del politico di turno, senza nulla togliere alle professioni, di ricoprire  ruoli istituzionali senza la dovuta preparazione ed esperienza.

Anche alla luce dei recenti scandali che hanno investito diverse istituzioni regionali e locali, fenomeni inquadrabili  più in generale nella questione morale e nell’etica pubblica,  si pone con urgenza il problema del ruolo comunque imprescindibile dei partiti così come quello della forma della legge elettorale.

Senza dimenticare il problema della corruzione, che ci costa oltre 60 miliardi di euro l’anno,  questi sono i veri snodi fondamentali che si dovrebbero sciogliere per garantire la formazione del consenso, la scelta della rappresentanza e la selezione della classe dirigente, attraverso un rapporto costante, fecondo, trasparente ed aperto dei partiti e delle istituzioni con la società civile, basato non solo sull’età anagrafica,ma su una vera meritocrazia ed un diritto di accesso di tutti che non sia quello della cooptazione.

Ai partiti come organizzazioni è richiesto un vero sforzo di cambiamento. E’ necessario però nella  società un più ampio cambiamento culturale, un nuovo umanesimo che rimetta al centro la dignità dell’uomo e l’esistenza umana in un orizzonte temporale più vasto e che si recuperi anche nel dibattito politico la capacità dialettica, la creatività ed il confronto, al di là di facili slogan e contrapposizioni.

Che si avvii quindi un processo di condivisione e non di divisione.




 
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