Per una nuova politica culturale in Italia
21 novembre, 2012   |  

Quante volte lo abbiamo sentito dire?!? Quante volte lo abbiamo affermato noi stessi?!? “L’Italia è ricchissima di cultura, di storia e di arte: potrebbe vivere in questa maniera…” o frasi similari.

Eppure, dopo tanto parlarne anche da parte di esponenti politici o dirigenti, nulla è cambiato in meglio. Si è assistito, invece, a un progressivo impoverimento degli investimenti in questo settore che, insieme a quello della scuola, dell’università e della ricerca, è stato uno dei bersagli preferiti del ventennio berlusconiano. Non che, alla sua fine nel novembre 2011, le cose siano migliorate. Il governo tecnico di Monti ha restituito dignità internazionale all’Italia e una politica economica tesa a preservare il futuro del Paese ma per quanto riguarda la cultura (intesa d’ora innanzi sia come beni culturali che come scuola, università e ricerca) si è deciso di percorrere i solchi lasciati in precedenza, impoverendo ancor di più questa settore.

Eppure, in un contesto in cui la preparazione culturale di ogni singolo individuo sembra essere propedeutica alla carriera e al profitto e non allo sviluppo dell’umanità, Martha Nussbaum ha sottolineato che le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica[1] al fine di creare una democrazia colta e inclusiva in grado di far sviluppare le condizioni per il miglioramento della società. Solo in questa maniera si può pensare di promuovere negli individui la capacità di auto-esaminarsi e auto-chiarirsi e favorire così lo sviluppo di una cultura pubblica più riflessiva, in cui ogni singolo individuo sia in grado di sviluppare la propria vita senza essere influenzato da altri, dall’ autorità o dalla moda. Solo con un’adeguata conoscenza della storia, delle letterature e di tutte le altre scienze umane, si può diventare “cittadini del mondo”, responsabili, autonomi, autocritici, e riflessivi, capaci di pensare con la propria testa e non solo per il proprio interesse personale.

Tutta teoria e niente pratica? Andiamo allora sul concreto: il nostro Paese, pur avendo uno dei maggiori patrimoni culturali e artistici del mondo, ha un’occupazione culturale tra le più basse in Europa. Sono infatti “solo” 250.000 gli addetti del settore (l’1,1% della forza occupata) contro i 440.000 della Francia, i 600.000 del Regno Unito e gli 850.000 della Germania. A paragone di patrimonio culturale, non c’è storia. In realtà non vi sarebbe storia neanche con altre nazioni europee: i piccolissimi Paesi Bassi hanno 176.000 addetti culturali e la Polonia 222.000[2]. Una politica culturale corretta è in grado, come dimostrano altre esperienze, di migliorare la qualità della vita di ogni cittadino, creare nuova occupazione e arricchire persino le casse statali.

Bisogna tuttavia cambiare radicalmente in questo settore. Bisogna rivoluzionare l’approccio mentale che vede il Ministero dei Beni Culturali e quello dell’Istruzione, l’Università e la Ricerca meno importante di altri dicasteri e aumentare gli investimenti. Come? Soluzioni condivise non vi sono ma vorrei approfittare di questo spazio per lanciare alcuni spunti di riflessione. Da una parte penso sia ormai necessario attuare una politica di cessione, anche temporanea come l’affitto, di tutto quel bellissimo materiale archeologico e artistico che, per ragioni di spazio e di economia, non trova spazio nei nostri musei ma che giace trascurata nei depositi. Vi sono poi da attuare politiche in grado di aprire a nuove fonti di guadagno le sedi culturali: organizzare iniziative di ogni genere (convegni, assemblee, riunioni private, etc. etc.) in spazi così prestigiosi sarebbero certo un “fiore all’occhiello” per gli organizzatori così come rendere consultabile anche dall’estero, dietro pagamento come avviene negli Stati Uniti, il materiale conservato farebbe trarre miglioramento per la situazione degli investimenti.

Deve poi terminare quella politica clientelare che ha caratterizzato il nostro Paese, soprattutto in questo settore, e provvedere a partecipare a bandi europei e internazionali per la preservazione e la valorizzazione del nostro patrimonio (l’Italia è negli ultimi posti in quanto bandi presentati e ancor più in fondo per quanto riguarda i progetti vincitori). Bisognerà compiere delle scelte poiché continuare con una gestione tanto degradante del nostro patrimonio culturale vorrebbe dire provvedere alla sua lenta distruzione. Si deve allora decidere, a mio parere, di investire pesantemente in questo settore attraverso due strade parallele: il riprestino di un finanziamento sufficiente per la sua gestione e un’importante momento di riforma in cui si abbandonino alcune spinte conservatrici, si cambi la macchina eccessivamente burocratica e si permette alle istituzioni culturali del nostro Paese di crescere e di svilupparsi. La cultura, l’arte e tutto quell’immenso patrimonio che rientra nelle scienze umanistiche possono arricchire veramente il nostro Paese e contribuire in maniera decisiva a farlo uscire da quella crisi economica che, non a caso, sta colpendo con più durezza i Paesi che hanno smesso da tempo di investire nella cultura.

 


[1]              Martha Nussbaum, Non per profitto, Il Mulino, Bologna.

[2]              Rapporto sulle statistiche culturali di Eurostat (2011).




 
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