Specchio, servo delle mie brame…
23 aprile, 2014   |  

“Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?”

Chi di noi appartenenti al gentil sesso o venusiane, citando il famoso best-seller mondiale, non ha sentito o pronunciato almeno una volta questa famosa quanto proverbiale frase?
Credo nessuna.
Siamo cresciute in qualche modo con il mito che lo specchio sia il depositario della verità assoluta, il mezzo attraverso il quale misuriamo, quando non ci beneficiamo anche dell’aiuto della nostra cara “amica” bilancia, il nostro stato fisico e soprattutto il nostro stato mentale, mettendoci in continuazione alla prova, testandoci, inventandoci trucchi che possano nascondere i chili in più o quella prima ruga che fa capolino. Tutto questo immortalato logicamente con un selfie (dicasi anche autoscatto, ma fa più figo) versione 2.0 dello specchio servo delle brame.
E ora è arrivata la primavera, anticamera dell’estate. L’aria si fa gradevole, i vestiti si accorciano e la ceretta, che d’inverno poteva essere un po’ accantonata, ora ritorna in auge. Il pelo superfluo, i chili superflui, il viso pulito, i capelli stirati del colore giusto…insomma la perfezione diventa ancora di più l’obiettivo e il chiodo fisso, quando già non lo è per tutto l’anno inverno compreso.
La ricerca di questa perfezione è l’obiettivo di Jessica Ledwich, giovane artista di Melbourn, che armata di macchina fotografica, ironizza sui trattamenti/torture a cui le ragazze devono sottoporsi per avvicinarsi sempre più a quell’ideale di bellezza che devono, più di quanto vogliano, soddisfare.
Il suo ultimo lavoro si chiama Monstrous Feminine.
In questa carrellata di immagini, ironiche sì, ma comunque cruenti, la fotografa australiana ha rappresentato il proprio modo di vedere la bellezza e allo stesso tempo la percezione che le donne hanno del proprio corpo. Così lo scenario della sua raccolta, sembra il set di un horror: sangue, dita mozzate, maschere di pelle, tacco dodici insanguinato, pialla per togliere il superfluo. Insomma una critica più che esplicita ad un sistema esigente e doloroso per noi venusiane.
Per la creazione di questa serie di fotografie sono stati usati i trucchi di make-up e il necessario intervento digitale. Questa opera “mostruosa” però è riuscita nel suo intento: porre l’attenzione sui dolori, spesso non indispensabili, a cui ci si sottopone, per perseguire un’ideale di bellezza imposto in modo subliminale. Ideale quasi mai raggiungibile dato che la perfezione a cui si è soliti rapportarsi non è reale ma frutto di trucchi e ritocchi.
Ma forse che qualcosa si stia muovendo in senso contrario? Che si stia tornando alla bellezza della diversità e alla consapevolezza che essere ognuno diverso dall’altro sia indice di ricchezza? Che essere diversi non è indice di infelicità?
Sento sempre più spesso parlare di “controtendenza”, di foto originali senza il filtro di Photoshop di un ritorno alla normalità che per troppo tempo è stato indice di diversità negativa da rigettare da combattere a tutti costi perché non consoni alla realtà e alla bellezza imposta…ma poi imposta da chi? Ma veramente ci piace essere uguale ad un’altra donna? Ma veramente c’è un canone di bellezza imposta? O siamo piuttosto noi che ci imponiamo di essere un qualcosa per nasconderci? Che la taglia 40 sia il burqa dell’occidente?
Anna Magnani diceva che “L’importante è non avere le grinze al cervello. Quelle in faccia prima o poi t’aspettano al varco.” Parole sante.




 
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