Un caffè con il Prof. Teodonio
30 ottobre, 2012   |  

Ho desiderato che il primo “Ospite” di Condivione Democratica fosse il Prof. Marcello Teodonio.

Non solo per la splendida amicizia che mi onoro di avere da tanti anni… ma per la bella sensazione di arricchimento interiore che brinda la conclusione di ogni nostro incontro, per la consapevolezza che ogni caffè condiviso sia foriero di stimoli nuovi, di intuizioni sorprendenti.

Tra i più affermati romanisti, culture della lingua romana e romanesca, il Prof. Teodonio è il massimo studioso del Belli, Presidente del Centro Studi “Giuseppe Gioachino Belli”, Segretario scientifico del Comitato Nazionale delle Opere di Giuseppe Gioachino Belli, nonché titolare delle cattedra di Letteratura Italiana presso la Fondazione Besso di Roma e cultore della materia presso la cattedra di Letteratura italiana dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

Professor Teodonio, a Suo parere, quali nuovi strumenti debbono essere attuati per lo sviluppo di sane politiche culturali?

Pensiamo anzitutto a far funzionare gli strumenti “vecchi”. Cultura è, appunto, condivisione democratica: è conoscenza, confronto, discussione. E dunque i luoghi da far funzionare sono quelli “da sempre” preposti a questo obiettivo: la scuola, anzitutto; e poi i luoghi dell’educazione permanente: le biblioteche, i centri culturali, i centri anziani (che devono essere totalmente rinnovati e smetterla di essere i tristissimi spazi attuali dove si gioca a carte e si balla il giovedì). E tutti gli spazi dove appunto si incontrano ricerca e progetto, linguaggi e ipotesi.

Dalla Sua esperienza, ritiene che le Istituzioni culturali siano sufficientemente tutelate e valorizzate dalle Istituzioni politiche?

Ma qui c’è da fare un lavoro straordinario e affascinante! Gli individui che si sono succeduti a dirigere le istituzioni culturali non hanno la più pallida idea di che cosa c’è dentro questo spazio: uomini, progetti, emozioni, storie, parole, immagini, luoghi… Un patrimonio formidabile. Ma proprio per questo bisogna che chi è chiamato a coordinare questi spazi (e in generale tutti gli spazi politici! che sono per loro natura pubblici) sia davvero competente, e non sia nominato soltanto in base all’appartenenza, alla corrente di riferimento, al manuale Cencelli. Non faccio esempi, ma penso proprio che tutti sappiano un sacco di cose in questo senso. Io, che davvero pochissimo frequento spazi di potere, sono rimasto sconcertato nel constatare in questi anni la vuotezza, l’ignoranza, la superficialità di chi gestisce questi spazi fondamentali.

La Sua sensibilità cosa sente di suggerire al Partito Democratico? 

Di essere fedele alla sua natura vera e profonda: un partito che unisce gli individui che si riconoscono nei valori fondanti della Repubblica italiana: il lavoro, la democrazia, l’antifascismo, il rispetto laico e civile di tutte le opinioni. Il tutto unito e cementato dall’idea fondamentale di uno Stato sociale: di uno Stato cioè che sia lo strumento al servizio degli individui e della collettività. Mi dispiace doverlo dire, ma il Partito democratico è andato troppo, e troppo spesso, a ricarico delle ideologie che venivano e che vengono proposte dalle forze conservatrici e reazionarie: la privatizzazione dello Stato e dei suoi servizi, che più di una volta ha visto il partito consenziente, è in questo senso il più clamoroso tradimento della sua natura. Su questo punto non si deve transigere.

Le risparmio un personale commento sulle ultime vicende politiche italiane… ma sono tentato di chiederle come si esprimerebbe il Belli…

La domanda ovviamente non ha molto senso, e non perché è anacronistica, ma per il semplice fatto che Belli ha già più volte scritto la sua analisi della situazione odierna. E gli esempi da fare sono tantissimi. Gliene propongo uno.

 

Le speranze de Roma

 

Nun ho inteso; scusate, sor Pasquale:

de le vortesto un po’ ssopr’a ppenziero.

Che mme discévio? Ah, ssi aricàla er zale?

4  Eh, ddicheno de sí; ma ssarà vvero?

 

Voless’Iddio! Ma una furtuna uguale

io pe la parte mia poco sce spero.

Eppoi ggiú ne lo spaccio cammerale

8  inzin’a cqui nnun ze n’è ddetto un zero.

 

Che jje n’importa un cazzo de la pila

de la povera ggente a li Sovrani

11 che cconteno le piastre a ccento-mila?

 

Anzi, mó cciànnodato le missione;

e, ddopo er giubbileo, pe li romani

14  pe ssolito c’è ssempre er zassatone.

30 agosto 1835

 

Dopo il Giubileo, di solito c’era la sassata (“er sassatone”): la politica della carota e del bastone insomma. Solo che adesso pare proprio che questo sassatone ci sia anche prima. E se allora ai Sovrani della “pila” (la pentola: e cioè la sopravvivenza) della povera gente non gliene importava niente, adesso invece…

Grazie di cuore Professore!

Evviva “Condivisione democratica”!




 
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