UN GOVERNO PER IL PAESE. A QUALE PREZZO?
1 maggio, 2013   |  

Il Paese  ha finalmente un Governo. Dopo sessanta giorni dalle elezioni. Con una situazione economica e sociale esplosiva che non consentiva ulteriori dilazioni.

Ma come siamo arrivati a questo e, soprattutto, quali sono le prospettive che riguardano il Paese e, in piccolo, il nostro PD?

Siamo stati condannati ancora una volta – da non credersi – a rivivere la storia della “gioiosa macchina da guerra”.   Ancora una volta per aver festeggiato prima di vincere, inebriati dai sondaggi, dalla presunta pochezza degli avversari più che dalla consapevolezza della nostra forza.

Non abbiamo vinto le elezioni, praticamente le abbiamo perse.E’ vero, non hanno vinto neanche gli altri, ma hanno pareggiato la partita, impedendoci di governare. E dopo?  Siamo stati capaci di perdere anche il dopo elezioni, un dopo elezioni che ha visto indiscusso vincitore quello che più aveva perso, ben sei milioni e rotti di voti, e che dopo aver giocato tutte le carte dell’eversore, si presenta ora con l’immagine incongrua del responsabile salvifico delle sorti future del Paese e non con quella del responsabileprincipale della situazione disastrosa.

Dal 26 febbraio abbiamo inanellato una serie incredibile di fesserie, non bastando quelle che avevano concluso la campagna elettorale. Abbiamo, comprensibilmente ma insensatamente inseguito i 5 Stelle, contando più su un loro logoramento e sfaldamento che non su una trattativa che mettesse in luce le possibili convergenze. In molti abbiamo sperato che il tentativo riuscisse, magari immaginando che avessimo nella manica qualche carta risolutiva. Purtroppo la bontà di ogni strategia si giudica poi dal risultato. Che è stato fallimentare.

E dopo aver ribadito, come giustamenteci chiedevano gli elettori, giorno dopo giorno “mai con il PDL” , in una folle quarantott’ore e con un doppio testa-coda, ci siamo buttati nelle braccia del PDL.  Senza sostanzialmente coinvolgere il partito, men che mai spiegandone ineluttabilità ma anche rigorosi limiti agli elettori.

Il partito ha così dimostrato in palese evidenza tutta la sua inconsistenza: logorata dal tatticismo e sfibrata dalle rivalità interne,con una classe dirigente invecchiata, senza mordente, incapace di ascoltare e rappresentare quella società e quel popolo che in esso ha continuato a credere con ostinata passione.

Un partito da rifondare, superando l’irrisolto mal amalgama di identità diverse, che porti, se mai possibile, ad una sintesi unica o altrimenti ad un’unica nuova identità.

Del governo che dire? E’ indiscutibile che andasse formato e, come crudo realismo, che fosse drammaticamente necessitato a realizzarsi fra due forze antitetiche.

Il punto è: per fare che cosa e per quale durata?  Se è un governo di emergenza, e lo è indubbiamente, non può darsi un orizzonte programmatico da intera legislatura o comunque di lunga durata.  Troppo distanti le visioni delle sue due componenti perfino sulle questioni che riguardano le regole del gioco e l’architettura istituzionale.

Eppure la compagine che si è presentata alla fiducia della Camera prefigura nelle sue dichiarazioni un respiro di legislatura. E, quel che più preoccupa, si presenta non come un evento necessitato per uscire dall’emergenza, ma con un evento epocale di pacificazione.

Pacificazione? Ma scherziamo? Il Paese ha vissuto un ventennio in una sterile (e vacua come efficacia vista da sinistra) contrapposizione fra berlusconismo e anti-berlusconismo, che ha molto danneggiato il Paese stesso e molto ha giovato alle rispettive classi dirigenti (più a destra che a sinistra).

Omologare un’anomalia come Berlusconi, lasciare che scompaia l’antiberlusconismo interpretato da una dirigenza messa ormai fuori gioco e lasciare campo libero a un berlusconismo trionfante è il nuovo incubo che ci sovrasta.

Su questo, l’elettorato del PD e una bella fetta di quello 5 stelle non accetterebbe alcun compromesso, privo di qualsiasi alibi di bene comune. C’è ancora, per fortuna un Parlamento, dove può farsi valere una diversa maggioranza.

Se dovessimo cedere anche su questo, non resta che recitareil de profundis per il PD. Ma, a ben vedere, anche per l’Italia.




 
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