Un paese ci vuole
10 ottobre, 2012   |  

Il “fiorito” e sconcertante agone politico che dilaga, da regione in regione, di giorno in giorno, ferisce la nostra anima e la nostra identità politica, che non rappresentano un solo percorso interiore, non si limitano alla storia di noi che raccontiamo a noi stessi. L’identità va scoperta da quello che si fa e da quello che trasmettiamo agli altri.

Sono i comportamenti, i fatti che produciamo e la nostra storia a simboleggiare la verità che siamo, ciò che si può desumere, dall’esterno, da quello che facciamo e da come operiamo, quotidianamente, sulla ribalta del mondo.

“Un paese ci vuole” diceva Cesare Pavese, un paese che non crei sconcerto e preoccupazione per la imperante monocultura , che non tolga dialogo e confronto, privandoci così di ogni capacità di futuro.

Per  rendere credibile la sua centralità, un partito, in quanto parte, non può e non deve ridursi a discrepanza di culture e comportamenti se vuole essere una risposta per la risalita di questo paese che ha smarrito la sua antropologia, oltreché la sua organizzazione.

Occorre promuovere progettualità, idee e speranze nuove, ma soprattutto, donne e uomini nuovi, a prescindere dall’età anagrafica.

Serve più cultura e non solo: occorre una nuova dimensione e non una “politica inadatta” quale quella rituale delle poltrone; occorre costruire realtà  vere in cui la gente, la società, possa riconoscersi.

Ma per far ciò è fondamentale e prioritario conoscere e sapere chi siamo e cosa vogliamo.

Si  avverte il bisogno di “buone  battaglie”,  non di posizioni ed arroccamenti, che non servono ad attraversare il futuro.

Il futuro si apprende dagli errori “quando non si persevera”; c’è bisogno di conoscenza.




 
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