Incontro con Viola Ardone

Viola Ardone è una scrittrice napoletana. Si trasferisce giovanissima in Sardegna nei pressi di Nuoro, a causa del lavoro dei suoi genitori. Tornata a Napoli, vive nel quartiere Arenella, ma sono molte le sue incursioni nel quartiere Sanità. Fin da piccola sente la vocazione per la scrittura e così nasce il suo primo libro, scritto a sette anni con un’amica, “Il viaggio”. Attualmente lavora nel Liceo scientifico “De Carlo” di Giugliano. Oltre a “Il treno dei bambini” (2019), successo mondiale tradotto in 19 lingue, ha alle spalle altri due romanzi “La ricetta del cuore in subbuglio” (2012) e “Una rivoluzione sentimentale” (2016). È autrice del racconto in rima “Cyrano dal naso strano” (2017) ed ha pubblicato racconti in varie raccolte, come “La grammatica di Nisida” (2013), “Parole come pane” (2014), “Fuori” (2015), “Le parole felici” (2016), “La carta e la vita” (2017).

La letteratura, spesso, anticipa e/o prevede i fatti. Il Suo libro è stato scritto prima della triste vicenda di Bibbiano. Riscontra analogia con i casi narrati nel Suo testo? I Suoi personaggi vivono il loro futuro su una base di “non scelta”, che poi, per il protagonista, diventa scelta…

Io non vedo analogie tra le due storie: quello che successe nel dopoguerra e che racconto nel mio libro fu una enorme operazione di solidarietà spontanea all’interno del nostro Paese, organizzata dal Partito comunista, che in quegli anni era molto vicino ai bisogni concreti delle persone. I bambini del 1945 venivano affidati momentaneamente a famiglie del centro e nord Italia per sollevare le famiglie di origine, che non avevano di che nutrire e vestire i loro figli. C’era gratitudine e collaborazione. Non fu uno spostamento coatto, violento. Anche quando i bambini tornarono dai loro genitori naturali, rimasero in contatto, in molti casi, con le famiglie che li avevano ospitati. Oggi forse si fatica a capire questa cosa: l’attualità viene spesso manipolata a fine di propaganda da una parte politica e dall’altra.

Leggiamo dal Suo libro: “chi ti manda via ti vuole bene? …a volte ti ama di più chi ti lascia andare che chi ti trattiene…”. Mettere su un treno bambini meridionali, a cui le famiglie di origine non possono provvedere, destinandoli in nuclei dell’”Italia alta”, è una parte di storia non nota a tutti. Come ne è venuta a conoscenza? 

In realtà non è una storia così poco nota. Negli anni passati ci sono stati lavori di documentazione su questa vicenda: Simona Cappiello ha raccolto materiali sui bambini che partirono da Napoli; Rinaldi e Piva su quelli pugliesi. C’è anche una canzone dei Modena City Ramblers che rievoca questa storia. Penso però che la letteratura abbia una forza diversa: prende spunto da storie vere per renderle in qualche modo universali, parla al cuore dei lettori, oltre che alla mente, crea immedesimazione, trasferisce in un universo di fantasia elementi tratti dal reale. Io almeno spero di esserci riuscita, con questo libro.

Il romanzo è bellissimo. Io, da insegnante della scuola primaria, ho ritrovato, soprattutto nelle tre parti iniziali, il linguaggio immediato, semplicemente “complicato” dei bambini. Come è riuscita a dar voce perfettamente ad un bambino degli anni quaranta del novecento?

Ci ho lavorato molto. Tu che conosci i bambini, sai perfettamente come è difficile entrare nel loro linguaggio e nel loro ordine di valori. Cose che per gli adulti sembrano irrilevanti per i piccoli sono questioni vitali e viceversa. Amerigo è fissato con le scarpe. Lui per avere scarpe nuove è disposto a salutare la mamma e a salire su un treno che lo porterà lontano.

Il romanzo sembra essere scritto con un napoletano tutto cadenzato di pause, spinte, ed accenti musicali: “mia mamma avanti e io appresso”. È un linguaggio uguale o simile a quello usato dai giovani di oggi?  

È una lingua molto diversa. Il napoletano del dopoguerra, quello che ho assorbito dalle mie nonne, quello del teatro di Eduardo de Filippo, ha una musicalità dolce, non è mai sguaiato, anche nelle espressioni gergali. Quello di oggi, di Gomorra, per intenderci, è duro e provocatorio, sfottente. Una lingua che taglia, non carezza.

Nella quarta parte lei presenta il personaggio “Amerigo” come un uomo che ormai ha raggiunto una maturità e ha realizzato un suo destino, che però avrebbe potuto essere diverso: “…potrebbe essere casa mia, la mia vita…”. Che cosa ci doveva spiegare ancora?   Doveva rincontrare il suo passato? Tornare a Napoli per ritrovare le radici smarrite?

Amerigo ha la “sindrome dell’impostore”. Si è realizzato nella vita, ha avuto successo ma in cuor suo ha il sospetto di aver vissuto la vita di un altro, una vita che non gli era stata destinata. Per questo, quando è costretto a tornare a Napoli dopo tanti anni, deve fare i conti con il suo passato, con quello che ha perso e che ha guadagnato andando via. E con quello che ancora può cambiare nella sua vita. Trovare, finalmente, le scarpe che gli stanno comode.

Ci sono personaggi reali a cui lei si è ispirata nel libro?

Ci sono tanti personaggi storici: Maurizio Valenzi, futuro sindaco di Napoli e organizzatore dei treni dei bambini, Gaetano Macchiaroli, editore e intellettuale napoletano; la stessa Derna, la madre adottiva di Amerigo, è ispirata al personaggio storico di Derna Scandali, una delle prime sindacaliste italiane. Lei però era delle Marche. Mi sono divertita a intrecciare realtà e fantasia per sostenere trama e voce del romanzo.

Un ‘ultima domanda. Mi ha colpito molto la sua concezione della morte, che poi è anche la mia. La morte viene nel quotidiano di ognuno di noi, e ne è, pertanto, un fatto quotidiano: “…È successo ieri sera. Avevi preparato la genovese. Avevi lavato il tagliere…”. Questa Sua concezione deriva dal Suo essere napoletana e dalla visione questo popolo ha della vita… e della morte?

Pensare alla morte significa essere diventati grandi. I bambini, i ragazzi, i trentenni mica ci pensano alla propria morte. È un pensiero che sopraggiunge a un certo punto della vita. Amerigo stesso non ci aveva mai fatto i conti. Quando questo pensiero lo raggiunge vuol dire che è diventato adulto. Scopre che è una cosa che semplicemente accade. Questo però paradossalmente lo spinge verso la vita. Lo aiuta a usare il suo tempo per cambiare direzione, per fare le scelte che gli stanno a cuore, per vivere bene il suo tempo.

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