Intervista a Elisa Caponetti

Elisa Caponetti è Psicologa dell’Età Evolutiva, Psicoterapeuta di Coppia e Familiare, Specialista in Psicologia Giuridica. Svolge l’attività di Consulente Tecnico d’Ufficio e Perito del Tribunale. Svolge attività di Supervisione e consulenza in ambito clinico e forense.

È socio fondatore e Membro del Consiglio Direttivo AICPF – Associazione Italiana Consulenti Psico-Forensi. Nel corso della sua carriera ha svolto diversi incarichi Istituzionali e vanta una importante collaborazione con la Polizia di Stato.

Collabora alle attività dell’Osservatorio di Psicologia Giuridica e Forense del Laboratorio di Psicologia Sperimentale Applicata presso l’Università La Sapienza.

Ha realizzato e condotto numerosi seminari, workshop e percorsi formativi ed effettuato interventi volti alla tutela, cura e riabilitazione psichica dei minori vittime di maltrattamenti ed abusi.

Contribuisce dinamicamente al dibattito scientifico italiano sui diversi temi della psicologia, sia attraverso pubblicazioni che organizzando convegni e giornate di studio, cercando di promuovere e diffondere una maggiore cultura della professione.

Da anni è ospite dei più importanti programmi su tv nazionali (Rai1, Rai2, Canale 5, La7) e radio. Interviste su quotidiani e settimanali nazionali.

Con lei affrontiamo il drammatico fenomeno del femminicidio.


 

Dottoressa Caponetti, cosa spinge un uomo che dice di amare la propria donna a picchiarla, violentarla, sfigurarla con l’acido?

Intanto è necessaria fare una premessa per evitare di cadere in facili stereotipi e generalizzazioni: gli uomini che sono violenti con la propria donna non sono tutti uguali e non lo sono tutti allo stesso modo.

Nella sua domanda vengono accomunate forme di violenza molto diverse tra loro. Ciò già fa capire la complessità del fenomeno. Esistono chiaramente diverse forme di violenza contro le donne (la violenza sessuale, quella psicologica, i maltrattamenti, gli atti persecutori, la violenza economica, fino ad arrivare all’omicidio volontario) ed ovviamente sono tutte forme di violenza condannabili. Alcune di queste, creano conseguenze più dannose di altre. Si pensi all’utilizzo dell’acido. E’ qualcosa di terribile. L’autore di violenza agisce premeditatamente e getta una sostanza corrosiva addosso alla vittima con il preciso intento di mutilarla per sempre. Una forma di tortura di una ferocia inaudita e che può portare anche alla morte o comunque alla cecità, lasciando per sempre i segni della violenza sia sul corpo che sulla mente, danneggiando irrimediabilmente l’esistenza futura della vittima.

Non è possibile tracciare un profilo psicologico univoco dell’uomo che agisce violenza. Cambiano gli agiti violenti e le persone non sono tutte uguali.


 

Sono uomini comuni o si tratta di persone con problemi psicologici, se non addirittura con psicopatologie che si palesano nelle relazioni di coppia? Sono uomini che non sono stati educati al rispetto della figura femminile o dietro questi comportamenti si cela altro? Si sentono minacciati? Cosa vogliono dimostrare?

Sarebbe interessante capire cosa si intende per uomini comuni. Se ci riferiamo a tutti gli uomini di sesso maschile, la risposta è no, non tutti gli uomini sono violenti e maltrattanti. E tra gli uomini violenti non tutti funzionano psicologicamente nello stesso modo.

Gli uomini autori di violenza, si è visto che nella maggior parte dei casi hanno un disturbo di personalità, ovvero sono caratterizzati da un funzionamento rigido, un modo limitante e radicalizzato di sperimentare vissuti su se stessi e gli altri.  Tra i disturbi maggiormente diffusi, troviamo il disturbo di personalità borderline, antisociale e psicopatico. Spesso viene confuso il disturbo di personalità con la malattia mentale, ovvero con l’aspetto psicotico che invece si caratterizza prevalentemente per una non adesione alla realtà. E’ importante specificare che non è così ed è anche utile ragionare in termini di individuazione di quelli che possono essere i fattori di rischio.

Utilizzando strumenti che valutano il rischio di recidiva violenta, si è visto infatti, che negli uomini maltrattanti vi è spessisimo, la presenza di un disturbo di personalità e quindi quest’ultimo è un elemento che come tale va valutato.  Come anche la presenza di abuso di sostanze stupefacenti (alcool e droghe).

In alcuni casi, i fattori culturali che discriminano le donne sono così interiorizzati e diffusi che determinano rappresentazioni dell’universo femminile tali che la violenza contro le donne sia molto diffusa.  Questi casi si associano spesso a situazioni di deterioramento familiare, alcolismo, legami umani poveri e brutali, sfruttamento di bambini, uomini, donne, violenza generalizzata, così che la violenza contro le donne è solo una delle tante forme che la violenza assume dentro questi contesti. In altri casi, all’interno di situazioni di coppia e contesti apparentemente normali, possono celarsi fenomeni di maltrattamento anche grave. Questa volta, più che i fattori sociali generali, sono i microcosmi familiari a rappresentare l’origine dei comportamenti violenti.

È il caso di uomini socialmente inseriti, professionalmente affermati, che hanno una visione della donna non maschilista ma che diventano comunque violenti nei confronti della propria partner. In questi frangenti e per questi uomini, è probabilmente la relazione intima che diventa il loro campo di battaglia perché è lì che si scatena la violenza. È allora nella storia familiare dell’uomo, nelle sue relazioni precoci (anche questo un fattore di rischio che la letteratura scientifica ci indica) che bisogna approfondire il senso della violenza. La devastante paura dell’abbandono è un vissuto comune in molti uomini maltrattanti.

Alcuni uomini violenti hanno vissuti in contesti, comunità, famiglie violente, dove hanno assistito a violenza nei confronti della propria madre o delle proprie sorelle, dove hanno subìto a loro volta violenze da parte di altri uomini (padri, zii, cugini, etc.). L’avere subito violenza nell’infanzia è un fattore di rischio rispetto al ricommettere violenza in futuro, tuttavia è utile specificare anche che non tutte le persone, uomini, che hanno subito violenza diventeranno a loro volta violente, ma che tra le persone che agiscono violenza, alcuni hanno vissuto in un contesto caratterizzato da aggressività ma ciò non significa che si attui necessariamente un automatismo. Si ragiona anche qui, come in precedenza per fattori di rischio.

La violenza va sempre ricerca individuando i fattori relazionali, storici, culturali, simbolici, psicologici in poche parole, che caratterizzano ogni determinata, singola storia e atto di violenza. Esiste inoltre, la violenza all’interno del conflitto di coppia, espressione quindi di una relazione caratterizzata dagli agiti di entrambi i partner, in cui ognuno dei due mette il proprio contributo nel mantenere attiva la conflittualità e che può essere anche molto violenta e a volte mortale.

Ci sono poi le situazioni di maltrattamento, ovvero un funzionamento che rigidamente viene messo in atto in tutte le relazioni intime, caratterizzato da uno sbilanciamento, dove la violenza diviene una tattica all’interno di uno schema generale di controllo di un partner sull’altro. È quindi unidirezionale. In questo tipo di violenza le partner, vittime, possono subire atti lesivi gravi, nei casi più gravi, può portare all’omicidio. Ma può anche esprimersi a livelli bassi di violenza, per intendersi la così detta violenza psicologica. In questi casi, si attua un funzionamento svalutante, avvilente e distruttivo di tutte le risorse affettive della donna, del suo aspetto fisico, della sua abilità e capacità, del suo lavoro, del rapporto con i figli. L’intera relazione è manipolata dal maltrattante che la indirizza verso la distruzione psichica e nei casi più gravi anche fisica del partner.

Ci sono poi uomini maltrattanti in cui esiste una forte ambivalenza nei confronti della partner, dove la violenza si manifesta ciclicamente e l’idealizzazione cede il passo nel tempo alla gelosia furiosa e agli attacchi di rabbia, ad acute esplosioni di violenza. È ciclica perché dopo questi acuti scoppi di rabbia e violenza, se la donna sopravvive, c’è la riconciliazione, le scuse, il tentativo di riparare, il ritorno all’idealizzazione, purtroppo però la violenza tornerà a ripresentarsi spesso più forte di prima.


 

Perché le donne non denunciano la violenza subita? C’è solo paura della ritorsione o si nascondono altri meccanismi psicologi?

Non esiste un solo motivo per cui le donne non denunciano. Ce ne possono essere vari, alcuni tra i tanti: la paura di non essere credute, la paura che nessuno possa aiutarle, la paura che sia tutto troppo difficile da gestire, la paura di ritorsioni nei suoi confronti da parte anche del contesto in cui vive. Pensiamo alle piccole comunità, ai paesi. La donna inoltre può infatti vivere in un contesto che ignora, oppure appoggia e sostiene l’uomo violento e giustifica la violenza che la donna subisce. Molte donne vittime di violenza hanno figli e hanno paura che allontanandosi dal contesto familiare possano perderli, che l’uomo li tenga con sé. Sono donne spesso provate da anni violenza, sono stremate da un punto di vista psicofisico. La denuncia è un atto che ha anche bisogno di forza e di sostegno. Per questo i Centri anti violenza hanno una funzione determinante: accolgono, creano una rete di protezione intorno alle donne, a volte madri, che questa rete di protezione non ce l’hanno, spesso anche a causa dell’isolamento subito da parte del partner.

Bisogna anche pensare a tutte le donne straniere, vittime di violenza, che non conoscono il contesto e la comunità, che vivono solo entro le mura domestiche. Il percorso di uscita dalla violenza ha bisogno di occhi aperti, di Istituzioni pronte ed attente.

C’è inoltre la questione del riconoscere di vivere in una relazione violenta, di essere in pericolo e quindi della consapevolezza. Condizione centrale per denunciare. Sembra una banalità, ma rendersi conto, tanto da denunciare pubblicamente, che la persona, il padre dei propri figli sta commettendo un reato, sta facendo del male a lei e ai propri figli non è un passaggio per nulla scontato e banale. Inoltre a volte non si vuole mettere in difficoltà il proprio marito o partner. Denunciare è rendere pubblico qualcosa che è vissuta come parte di un mondo privato che riguarda solo il rapporto di coppia, la propria famiglia. Se si vive in un contesto che ignora, che fa finta di non vedere i comportamenti violenti, questo passaggio è ancora più difficile.

Può essere molto difficile sottrarsi da una relazione maltrattante qualunque essa sia perché́ è soltanto dopo che il legame si è formato che la violenza comincia ad emergere, ed essa non sarà mai cronica ma piuttosto intermittente, intervallata da momenti di riconciliazione. La persona maltrattante può̀ essere una persona a prima vista piacevole e piena di apparenti qualità̀, o, al contrario, una persona che si presenta come bisognosa, timida, con sensi di inferiorità̀, in ogni caso capace di suscitare interesse, ammirazione, commozione e senso di protezione da parte della futura vittima. Un rapporto maltrattante nasce con le consuete premesse di una relazione romantica, in cui ciascuno dei due partner cerca un soddisfacimento nell’altro, pur non avendo i prerequisiti di una normale relazione romantica. Proprio perché́ intermittente, questo tipo di abuso non permette alla vittima, una volta per tutte, di chiarire la natura patologica del rapporto, e saranno necessari a volte anche anni affinché la vittima si decida a separarsi. Un capitolo invece a parte è rappresentato dalle molestie agite sui luoghi di lavoro.


 

Le donne che hanno il coraggio di denunciare godono di una reale protezione?

Come abbiamo visto, la violenza è un fenomeno estremamente complesso e variabile, per tale motivo, al fine di poter garantire una reale protezione, è necessario mettere in campo interventi davvero integrati e a più livelli. Denunciare è purtroppo soltanto il primo passo. Il nostro Ordinamento ha certamente delle azioni finalizzate a proteggere l’incolumità della persona che denuncia anche prima che il processo giunga a conclusione.

Il primo che viene in mente, pensato proprio per le vittime di stalking, è quello previsto dall’art. 8 del d.lgs. n.11/2009 il c.d. “ammonimento”. La persona oggetto di atti persecutori può presentare istanza al Questore chiedendo un suo intervento finalizzato a dissuadere il persecutore, l’uomo violento. Il Questore convoca l’aggressore, lo ammonisce e, se l’aggressore non modificherà la sua condotta, il fatto che sia stato previamente ammonito rappresenterà un’aggravante, un aumento della pena cioè nel caso di condanna. Detto istituto non prevede dunque una limitazione dei movimenti dell’aggressore, ma prevede il ricorso ad un soggetto terzo, un’autorità giudiziaria che prova a dissuadere l’aggressore da ulteriori atti violenti o persecutori.

Abbiamo detto all’inizio non tutti gli uomini violenti funzionano allo stesso modo. Appartenere ad esempio ad un contesto sociale o familiare in cui l’autorità giudiziaria non è riconosciuta, non ha un peso nella decisione di mettere in atto un comportamento violento, potrebbe vanificare l’efficacia dell’ammonimento come anche lo stato mentale alterato in quel momento. Lo stato mentale dell’aggressore potrebbe essere tale da fargli ignorare l’ammonimento o da dissuaderlo solo per breve periodo.

I dati ci dicono comunque che nella maggior parte dei casi i soggetti che sono stati ammoniti non ripetono i comportamenti violenti o persecutori e desistono dopo essere stati diffidati dalla Polizia.

Per garantire la sicurezza della vittima esistono le misure cautelari personali quali il provvedimento di allontanamento dalla casa familiare, il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e la custodia cautelare in carcere. Oltre all’ammonimento e alle misure cautelari, a nove anni dalla legge sugli atti persecutori, con la legge n. 161/2017 è stata estesa l’applicabilità delle misure di prevenzione, quali la sorveglianza speciale (già previste per gli indiziati di reati di mafia) agli indiziati di stalking considerandoli a tutti gli effetti come soggetti socialmente pericolosi.

Queste misure, importantissime per contrastare la violenza presentano tuttavia la criticità del tempo. Dalla denuncia all’applicazione delle misure possono passare mesi. È evidente che il tempo è una variabile decisiva su cui agire per fermare l’escalation violenta di questi soggetti.

Con l’attuale Codice Rosso si è fatto un passo avanti da questo punto di vista. Ad esempio, dalla deposizione della denuncia il Pubblico ministero entro 3 giorni deve ascoltare la vittima. E’ fondamentale però riuscire a sostenere queste donne anche nella ricerca di una propria autonomia anche economica.

Si rende comunque necessaria una maggiore conoscenza del funzionamento psicologico del soggetto violento per poter applicare le misure previste dalla legge in modo più adeguato. Infine, valutare i fattori di rischio attraverso delle apposite metodologie psicologiche scientificamente provate è sicuramente un ulteriore passo necessario a poter arginare il fenomeno.


 

Nel nostro Paese stiamo assistendo ad una esplosione del femminicidio. Si tratta di un fenomeno che riguarda tutte le culture?

Innanzitutto, voglio specificare che il termine femminicidio, usato ormai convenzionalmente per indicare l’uccisione di una donna da parte di uomo proprio in quanto appartenente al sesso femminile, inteso come atto di prevaricazione e superiorità, è un termine che non mi piace e che considero riduttivo del fenomeno, non rispecchiando la complessità che invece c’è dietro tutto ciò.

I dati che ci arrivano dalla letteratura e dagli studi scientifici, ci dicono che purtroppo, la violenza agita ai danni delle donne, è sempre esistita e indubbiamente non soltanto nel nostro Paese. Certamente però è cambiata nel corso della storia e si differenzia tra cultura e cultura. Si pensi, soltanto per fare un esempio alla Nigeria e alla brutalità in cui è stata uccisa Pamela Mastropietro, il cui corpo è stato fatto a pezzi e in parte mangiato. In alcune zone della Nigeria è infatti ancora oggi praticato il cannibalismo. Sappiamo anche ormai che è proprio la violenza di genere il fattore scatenante che porta le donne nigeriane ad abbandonare il loro Paese cercando di giungere in Italia per diventare comunque vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale.
In questo Stato, la donna è relegata ai limiti della società.

Ma si pensi anche al fenomeno ormai purtroppo diffuso anche in Italia, ma nato ed estesosi soprattutto in Bangladesh, Pakistan, Vietnam, Kenya, Sudafrica, ecc. dell’aggressione agita attraverso l’acido, forma di violenza conosciuta anche con il nome di “vitriolage”.


 

Quali interventi si possono attuare per arginare questo drammatico fenomeno?

Tanto è stato fatto, pensiamo anche recentemente all’introduzione del Codice Rosso, ma tanto ancora c’è da fare. Per poter intervenire in modo adeguato è necessario essere consapevoli che si tratta di un fenomeno molto variegato e complesso, spesso difficile da riconoscere nelle sue forme più subdole e apparentemente meno visibili. Ciò implica che anche gli interventi devono essere complessi, articolati e su più livelli. Occorre agire anche sul piano della prevenzione. La Polizia ha attivato diversi protocolli (Zeus ed Eva per esempio) che stanno dando ottimi risultati.

Bisogna tenere presente però, che ancora oggi, non tutte le vittime di violenza hanno la forza di denunciare.

È infatti difficile poter stimare il sommerso. E ciò accade non soltanto per vergogna, prostrazione psicologica e paura, ma anche perché a volte la vittima non ha piena consapevolezza di quanto accade o pensa di essere responsabile nell’attivare certi agiti giustificando così il proprio carnefice. Possono spesso entrare in gioco profondi sensi di colpa. Uscire dalla spirale di violenza è possibile ma può diventare estremamente difficile. Bisogna rompere il silenzio e denunciare immediatamente. Un valido apporto può essere fornito anche da tutti i Professionisti specializzati che operano nel settore e a cui è necessario rivolgersi.

Non vanno inoltre sottovalutate le situazioni di crisi e conflitto di coppia e al contempo i fenomeni di falsi abusi e violenze. Sempre più spesso, ultimamente, si assiste a denunce penali agite nei confronti del partner o dei figli minori che si attivano con la richiesta di una separazione. Per ovviare a tutto ciò è necessario che ci sia una tempestiva comunicazione tra il Tribunale Civile e quello Penale e che venga svolto un lavoro di rete anche con i Centri antiviolenza. Ancora troppo spesso, purtroppo, nelle separazioni giudiziali, non viene data la giusta attenzione alle situazioni in cui viene agita la violenza, in quanto si tende a ridurre tutto ad una situazione di mera conflittualità tra ex coniugi, non riconoscendo invece le responsabilità individuali e le situazioni di reale maltrattamento. E ancor peggio, quando ci sono denunce in atto, capita spesso che alcuni Consulenti Tecnici d’Ufficio nominati dal Tribunale, invitino le parti a ritirarle, al fine di poter raggiungere una conciliazione.

È quindi estremamente importante sensibilizzare quanto più possibile sul fenomeno e farsi aiutare evitando così che una situazione di alta conflittualità, degeneri in un contrasto insanabile e negli eccessi sanguinosi di cui purtroppo sono piene le cronache nere contemporanee.

Per arginare il fenomeno e prevenirlo bisogna agire anche con strumenti e metodologie scientificamente validati. La Psicologia può dare un grande contributo anche sugli uomini violenti. Come gruppo professionale, istituzionalizzato all’interno del proprio Ordine regionale, le colleghe Maria Elisabetta Ricci e Simona Galasso occupandosi di violenza nelle relazioni intime, hanno approfondito le metodologie di valutazione e gestione del rischio di recidiva violenta che la letteratura scientifica ha prodotto e che in alcuni Paesi è prassi comune nell’approccio al fenomeno. Hanno inoltre portato avanti per quattro anni la sperimentazione di uno delle più diffuse metodologie di valutazione e gestione del rischio di recidiva su uomini condannati per reati violenti nei confronti delle donne (soprattutto omicidio e stupro).

In Italia siamo ancora molto indietro su questo aspetto. È difficile sentire parlare di gestione del rischio di recidiva, ma nel resto del mondo non è così. C’è molta più conoscenza scientifica a riguardo già da molti anni. Tuttavia questa sperimentazione è un primo importate passo che come gruppo professionale abbiamo intenzione di portare avanti con determinazione coinvolgendo Istituzioni pubbliche come è accaduto con questa sperimentazione che ha visto coinvolta anche l’Università Sapienza e l’Amministrazione penitenziaria e le varie figure professionali che lavorano all’interno degli istituti penitenziari.