L’intervista a Umberto Bindi

PREMESSA:

Anche con il Maestro Bindi (lasciatemelo chiamare così, visto che oggi anche gli scalzacani si fanno chiamare ‘Maestri’…) ci sentivamo spesso telefonicamente. Era incantevole parlare con lui, sempre disponibile, schietto e sincero, mai seccato di scambiare quattro chiacchiere musicali. Finalmente, a febbraio del 1995, per il mio “Anni ‘60” lo andai ad intervistare a casa sua, lì passammo un ottimo pomeriggio, ascoltando anche alcune sue bellissime registrazioni di materiale inedito (che lui mi sottolineava con i passaggi, come fosse stato il direttore d’orchestra) che inorridisco al fatto che non abbiano più visto la luce. Un talento assolutamente ‘superiore’, una sensibilità così profonda  da infondere calore che, quando soddisfatto e compiaciuto me ne andai da casa sua, in quel di Monteverde a Roma, mi restò dentro scaldandomi il cuore per il resto della giornata…

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L’INTERVISTA

– Umberto, iniziamo a raccontare come scopristi questa naturale vocazione per la musica e come iniziasti la tua carriera di musicista.

– Guarda Claudio, la data precisa sinceramente non la ricordo, credo comunque di aver avuto circa otto anni; ave­vo uno zio che studiava da tenore e un nonno che suonava pianoforte, spesso Chopin e le trascrizioni delle opere liri­che come La cavalleria rusticana o II Rigoletto. Cominciai così ad appassionarmi ad un certo tipo di musica, che poi ho amato per tutta la vita. Mi accompagnarono ad ascolta­re la Madama Butterfly al Teatro Paganini di Genova, che tra l’altro purtroppo non esiste più poiché fu bombarda­to durante la guerra; ti dirò che, sarà stato il soggetto, cioè la madre; io avevo solo la mia mamma che adoravo; vedere il sacrificio di questa donna che esegue il ‘Harakiri’ mi coinvol­se ancora di più; alla fine dell’atto non ti dico i pianti. Così iniziai ad ascoltare musica e a studiarla al conservatorio. Le prime incursioni che feci nella musica leggera, riguarda­rono una musica molto particolare; si trattava delle musiche di scena della Baistrocchi, una vera rivista organizzata da studenti solo maschi, anche se poi si prese una donna e potrai immaginarti che tipo di donna potesse essere. I nomi che uscirono da lì sono tantissimi e importanti: da Paolo Villaggio al povero Enzo Tortora, a Vittorio Biagi il ballerino e coreografo e anche il grandissimo Paolo Bortoluzzi, che accompagnò poi molto spesso anche Carla Fracci nella danza. Questo era il mio mondo; in quell’ambiente io ascoltai tantissimi concerti lirici e mi sentivo completamen­te calato in quel mondo. Mentre però facevo tutto questo, ero ‘costretto’ a scrivere anche delle canzoni o dei balletti; da lì mi accorsi che qualcosa si poteva fare (grande risata da parte di tutti e due! ndr). Specie a livello di strumenta­zioni e di arrangiamento, era davvero un campo che si pre­stava molto a essere seminato. Esistevano in sostanza gli archi da una parte e gli ottoni dall’altra, tutto lì; ricordo perfettamente che ai tempi di Modugno fu inserito l’organo Hammond e iniziò un’era nuova.

– A proposito di Genova, che io amo molto per motivi affettivi, si parla sempre della famosa ‘scuola genovese’, quella dei Paoli, dei Bindi, dei Tenco, dei Lauzi e tutti gli altri. Volevo sapere da te: è stato un caso tutto questo oppure ci sono dei motivi particolari che hanno contribuito al feno­meno?

– Il mio pensiero è che forse non è mai esistita una ‘scuola genovese’, intesa come la si intende oggi; comunque se prendiamo per buona questa affermazione devo rispon­derti che fu un caso. Può darsi che, come asserisce qualcu­no, sia stata una questione di ‘aria’, forse poiché all’epoca noi ascoltavamo tantissima musica francese e naturalmente americana; la ascoltavamo quasi di contrab­bando perché nei locali suonavano prima tutta la musica italiana poi, quando le ore si facevano più piccole e in quei ritrovi restavamo in pochi, finalmente ci propinavano quel tipo di musica che noi amavamo maggiormente. Il mondo di Genova era questo. Sin dai primi dischi che incisi, cominciai a ‘volere’ dei suoni un po’ diversi; in questo credo di essere stato il primo ad inserire nella musica leggera un’orchestra classica. Esisteva­no in verità delle orchestre, ma erano sinfoniche; in Italia c’era Pippo Barzizza o Savina e Nicelli, mentre all’estero c’erano David Rose, George Melacrino, Frank Pourcel… allora capii che si poteva trattare anche la canzone in una certa maniera. Quando scrivevo quelle prime canzoni, mi dicevano “…ma non sono ballabili…”! Non esisteva la mentalità dell’ascolto e per questo biso­gna citare nuovamente Modugno, perché riuscì a dire delle cose importanti sem­pre nell’ambito della canzone. Io invece amavo le lunghe introduzioni e quei ‘due minuti’ non mi bastavano mai; già allora volevo che il brano si evolvesse almeno nel doppio del tempo concesso, sui quattro minuti almeno; l’orchestra, anche nel classico, deve avere il suo spazio, dopo e prima del canto. Ecco così le grandi orchestrazioni di E’ vero, Tu; Riviera stessa per la quale alcuni definiro­no quell’inizio apocalittico. In quel caso, per esempio, era come aprire una finestra; ho abitato in un appartamento che ne aveva una proprio sul porto di Genova e vedevo il bruli­care della gente, lo spazio, i colori, la luce; ecco perché Riviera inizia subito così imponente e diretta. Fu criticato anche Il nostro concerto, perché non era musica leggera e neanche sinfonica. In Italia purtroppo esistono i ‘puristi’ della musica classica e gli amanti della canzone; non ci sono vie di mezzo, invece ci vorrebbe la possibilità di poter spaziare liberi da un campo all’altro senza inibizioni musicali. Solo negli ultimi tempi ho avuto una certa libertà di spazio per la mia musica, in brani purtroppo che cono­scono in pochi come Io e il mare o D’ora in poi. Sono un ‘toro’, ho una testa ‘dura’; il prossimo lavoro che uscirà sarà proprio questo: musica e canzoni.

– Tenco avrebbe dovuto vivere in un altro mondo oppure in un tempo diverso secondo te?

– Non credo; Tenco è ‘Tenco’ proprio perché ha vissuto nel momento giusto; ha avuto il coraggio di portare avanti, seppure a fatica e soffrendo molto, il suo pensiero; e tutto questo in un momento non certo favorevole per la sua musi­ca.

– Una volta mi confidasti che la versione della tua Arri­vederci da parte di Don Marino Barreto, ti ha soddisfatto pienamente…

– E’ verissimo, mi ricordo tante cose. La prima volta che andai da lui – con grande scetticismo del mio editore – Barreto mi disse che Arrivederci non era assolutamente una canzone ‘commerciale’, però era una gran bella canzo­ne e la incise come ‘lato b’ di Angelitos negros che doveva essere la ‘facciata a’. Successe invece che nei locali quando le cantava tutte e due, gli richiedevano sempre Arrivederci, non una ma quattro o cinque volte per sera. Tanto che in televisione non eseguì Angelitos negros ma Arrive­derci. Allora non ebbi neanche la sod­disfazione di poterla vedere, perché non posse­devo un televisore; mi limitai ad ascol­tarla origliando attraverso il muro della mia vicina che stava seguendo il programma.

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– Tu hai scritto molte canzoni azzar­date e fuori sistemazione del tempo in cui sono uscite; c’è una tua canzone che credo sia dimenticata dai più, mol­to bella e particolare e volevo conoscere il tuo pensiero; si tratta di Confine.

– Ti ringrazio per questo, perché Confine è forse la canzone più rivolu­zionaria che io abbia mai fatto. Era il 1958 e devo essere sincero: praticamen­te esisteva solo Modugno, non c’era altro; Confine è la prima canzone sul­la incomunicabilità e sulla diversità. L’arrangiamento era concepito per organo ed archi, a metà tra Vivaldi e Albinoni, molto classica. L’ho eseguita ancora verso il 1978 in un concerto al Sistina, con Endrigo, Lauzi e Paoli qui a Roma. Quando la provavo, Gino (Paoli, ndr) mi disse: “…Umber­to, questa è una gran bella canzone…”. Gli risposi che non era una nuova canzone, ma l’avevo scritta per l’appunto nel 1958! E’ stata una canzone comunque sacrificata, perché venne dopo il grande successo di Arrivederci e aveva bisogno di uno spazio ampio per evolversi. Ho sempre spe­rato che il 33 giri potesse darmi la possibilità di spaziare nella mia musica, di avere finalmente uno spazio pressoché illimi­tato, invece, come ben ricorderai, all’epoca gli LP erano sol­tanto dei contenitori di canzoni tratte dai 45 giri.

– Cosa ti ha ispirato a concepire un capolavoro come Il nostro concerto?

– Mi trovavo a Faenza in un teatro bellissimo del ‘700 e non c’era nessuno. Ti dirò: l’odore del ‘vecchio’, inteso come antiquariato, questi tendoni un po’ sbiaditi, sentii una sensazione quasi mistica; dovevo fare delle prove per “La sei giorni della canzone” e per l’occasione presentare una canzone nuova, abbastanza importante dopo i successi di Arrivederci e E’ vero. Erano le quattro del pomeriggio e non c’era nessuno, mi sono seduto al pianoforte e la can­zone mi venne diretta, in maniera del tutto spontanea. Non appena vidi Calabrese gli dissi dell’idea di queste due per­sone che s’erano conosciute ad un concerto, del loro ritro­varsi. Nacque così Il nostro concerto, tutto qui.

– Perché abbandonasti la Ricordi per la RCA?

– Matto lo sono sicuramente!. La RCA era diventata ‘di moda’, quando succede questo, e anche oggi è così, tutti gli artisti sono propensi ad andare con quella casa. La RCA aveva ad un certo punto i primi ‘dieci posti’; pensai che all’undicesimo avrei potuto arrivarci io. Tra l’altro era all’avanguardia sotto ogni punto di vista. Non feci molto con la RCA; poi passai alla CGD, dove non successe assolu­tamente nulla; fu poi la volta della Ariston, dove incisi Per vivere e ben poco d’altro. Dopodichè andai alla RI-FI e fu la volta di Mare, che aveva un arrangiamento molto di cassetta che non mi è mai piaciuto.

– Poi i tuoi dischi non si sono più trovati nei negozi…

– Andai con i Fierro, dove ho fatto nel 1972 uno dei dischi più belli della mia vita, con gli arrangiamenti di Bill Conti; ci sono canzoni eccellenti come Io e la musica, Scusa e tante altre. Passai alla Durium, dove ho iniziato Io e il mare, un ottimo disco proprio giocato interamente sul piano com­positivo; purtroppo fu registrato su un ‘otto piste’ con un’orchestra di cinquanta elementi!. E’ tutto schiacciato, tutto compresso, un vero peccato. Mi trasferii nel 1982 alla Targa, dove registrai D’ora in poi, con Caro qualcuno e Impossibile idea.

– Ritornando alla RCA, c’è da ricordare quella meravi­gliosa canzone che risponde al titolo di Il mio mondo e che fu un successo smisurato all’estero in varie interpretazioni…

– In Italia non fu proprio un successo, restò alquanto nelle retrovie, magari fosse arrivato al primo posto, dicia­moci la verità; le mie soddisfazioni sono state soprattutto come compositore. In Inghilterra, grazie alle edizioni Aberbach, questa canzone arrivò addirittura sul tavolo di George Martin, impresario dei Beatles; cercava una canzone per lanciare Cilla Black: arrivò al 1° posto in classifica e ci restò per la bellezza di quattordici settimane e, bada bene, al tempo in cui i Beatles furoreggiavano! Rispettarono, tra l’altro l’arrangiamento di Morricone; contemporaneamente Richard Anthony s’innamorò di questa canzone e così nella sua versione fu ai primi posti anche in Francia e in Belgio. Nel 1976 Il mio mondo fu ripreso da Dionne Warwick, con arran­giamento di Burt Bacharach, altro 1° posto. Nel 1978 fu incisa anche da Toni Jones, che da qualche tempo che la esegui­va nel suo repertorio come brano di chiusura, il testo inglese è molto bello e la canzone è adattissima per mettere in risal­to le qualità vocali di chi ‘sa cantare’. Non finisce qui, per­ché anche Helen Reddy la portò poi 7^ negli Stati Uniti. E’ una canzone che non ha tempo, perché gli inglesi pensano che sia una canzone inglese, i francesi sono convinti che sia francese e… gli italiani non la conoscono poi tanto. Ritor­nando a Richard Anthony, portò in Francia al successo anche un’altra mia canzone, Le temps de comprendere, che era Di fronte all’amore che non ebbe successo a San­remo dove la cantarono Gianni Mascolo e Dusty Springfield. Io speravo tanto in questa cantante che era bravissima e possedeva una voce incredibile. Invece, per dovere ‘storico’ e credo sì possa dire poiché risponde a verità, quella sera di Sanremo la Springfield era ubriaca fradicia, tanto che si vedeva benissimo: era vestita con una gonna strettissima e la sua camminata per arrivare al microfono la fece tutta a ‘serpentina ‘ questo mi fece immediatamente capire in che condizioni si trovava; poi piazzò le parole della canzone davanti al microfono scritte su un foglietto e cantò pressap­poco così: “…Oura sei di ffrountei all’amourei..”… se uno aveva ‘voglia’ di certo gli passava di colpo. Si dimenticò completamente il testo; ripeto, era comunque una grande artista ma interpretò quella mia canzone come avrebbero fatto Sanlio e Olio! Nel disco invece la cantò benissimo; un po’ quello che successe ad un’altra grande cantante: Timi Yuro.

– Umberto Bindi, ti ammiro e voglio confidarti una riflessione che mi sta a cuore e alla quale spero tu risponderai con gran­de sincerità come hai fatto sinora, e come hai sempre fatto: il mondo della canzone e il mondo in generale, non è stato molto buono con Umberto Bindi…

– Cosa vuoi che ti risponda, come vedi, mi vengono dei sospiri. Non sono in questo momento da Maurizio Costanzo e tiro fuori una frase felice, ad effetto, così il pubblico mi risponde con un applauso. Preferisco essere impopolare, però essere sincero. Devo dirti che sono intervenuti dei fatti privati che in sostanza hanno disturbato alla grande o addirittura hanno distrutto il personaggio che si era creato. Non ero il solo a non essere ‘immacolato’, però non andavo con la prassi ‘normale’, anche se ho cercato sempre di nasconderlo, con il dubbio che mi assillava perenne: si deve fare o non lo si deve far vedere. Non ho mai capito se la sin­cerità poteva vincere. Certo non sono voluto mai andare in giro con i campanellini; ho sofferto moltissimo e mi sono ‘chiuso’. Allora succedeva di passare per antipatico o come poco socievole. Il mio dramma era ‘uscire’ dalle quinte per andare in palcoscenico e sentire il solito che si lasciava andare a frasi poco garbate o addirittura pesantemente offensive. Col tempo poi la gente è cambiata, ma non so ancora quan­to; oltre a soffrirne io, ne ha sofferto – e questo mi spiace immensamente – anche la musica e il mio lavoro. Non ho mai preteso di avere ‘crediti’; non ho mai detto ‘io sono’ o ‘voi mi dovete’; quando mi accorgo che disturbo, mi defilo. Sono fatto così, anche se ciò equivale a darti una mazzata sulla testa. Pur avendo i capelli bianchi, come vedi, non ho risolto niente, però l’amarezza ‘di fondo’ resta.

Ultime battute Umberto, di questa bella chiacchierata: c’era negli anni sessanta un personaggio in cui tu avevi pre­visto grande successo? Chi c’è riuscito e chi no, di quelli che pensavi potessero esplodere?

– Dico subito Baglioni per coloro che l’hanno ottenuto. Invece il caso contrario più straordinario è Piero Ciompi e direi anche Tenco, che la gente ha scoperto dopo quanto valesse; speravo fossero cose che appartenessero al ‘700 o all’800, visto che oggi esiste l’informazione e ci sono i gior­nalisti i quali dovrebbero spesso rischiare di più nel ‘dir bene’ da quello che ‘bisogna dir bene’. Forse adesso sono stato un po’ cattivo, però dovrebbero cercare di riscattarsi salvando qualcuno che ne varrebbe davvero la pena, scusa se dico questo.

– Ti ho ascoltato a quel meraviglioso concerto con Bruno Martino tempo fa; lì hai suonato e cantato divinamente sia i tuoi ‘classici’, sia nuovi brani tra i quali ne ricordo uno stupendo dal titolo Piano forte. Quando potremo finalmente annunciare il nuovo lavoro di Umberto Bindi?

– In questo momento sto collaborando con un grande cantautore, ma uno grande davvero, non so se adesso posso dirlo (si trattava di Renato Zero, ndr), resterò sul generico. Farò parte di questo enorme ‘show’ – scritto da questo personaggio sbalorditivo – che girerà tutta l’Italia; faccio la parte del ‘filosofo’ rompiballe, un po’ il papà di tutti, che i giovani sono indecisi se ascoltare o meno. In conseguenza di questo spettacolo, il personaggio suddetto sta organizzando il mio LP perché vuole che esca alla gran­de. E’ una persona alla quale voglio tanto bene e che mi ha dato molto in un momento in cui forse avevo bisogno. Quan­do saprete di chi si tratta, capirete che è la persona giusta. Con lui mi trovo molto bene perché ha rispetto, ha stima, ha affetto; perché purtroppo, ho bisogno anche di quello. Sono riuscito a creare le cose più belle proprio nel momento in cui c’era que­sto rapporto umano che si è perduto nel tempo; quando l’editore veniva vicino al pianoforte per dirti “..fammi senti­re cosa hai composto..”. Ora questo non esiste più, devi spe­dire la cassetta, la ascolta tanta gente – senza dubbio prepa­rata – e, soprattutto, tu non sei lì e non puoi intervenire per apportare magari delle modifiche o esporre il tuo pensiero, mentre chi deve decidere ascolta il tuo lavoro.

2 pensieri riguardo “L’intervista a Umberto Bindi

  1. Ciao Claudio. Sono appena rientrata dal viaggio che sai, mi ero ripromessa di rinviare la lettura della tua intervista a un momento più tranquillo…… ma appena ho iniziato a leggerla non ho saputo smettere! Assolutamente coinvolgente, ricca di notizie che ovviamente non conoscevo e al tempo stesso di ricordi di canzoni che ne hanno accompagnato la lettura e che ora ho una gran voglia di riascoltare. Chissà se si trovano ancora dei vecchi 33 giri per il mio juke box?
    Che privilegio hai avuto, Claudio, di poter intervistare un grande della canzone e della musica italiana purtroppo non sempre riconosciuto come tale. Privilegio decisamente meritato che ha permesso a chi ti legge di goderne sia pur indirettamente. Grazie Claudio.

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