Intervista a Domenico Barrilà

“L’arte è la vita stessa, questo bisogno collettivo di immortalità attraverso la bellezza ci pervade e ci impregna di sé”.

Domenico Barrilà è psicoterapeuta e analista adleriano, impegnato da oltre trent’anni nell’attività clinica, autore di una trentina di volumi, diversi dei quali tradotti all’estero. Il suo impegno editoriale è completato con oltre un migliaio di articoli apparsi su testate nazionali ed estere. 

Da sempre coltiva un forte interesse per la responsabilità sociale della psicologia, interesse tradottosi in una costante presenza sul territorio, anche attraverso centinaia di conferenze e seminari svolti in Italia ed in altri paesi. Le sue ultime pubblicazioni “La casa di Henriette. Lontano. Fino alle tue radici” (Sonda), un romanzo autobiografico divenuto un piccolo caso editoriale, e “Tutti bulli. Perché una società violenta vuole processare i ragazzi” (Feltrinelli), hanno, come sempre, avuto un grande riscontro di pubblico e di critica. Lo abbiamo incontrato per parlare insieme dell’attuale drammatica situazione mondiale in relazione al Covid-19. Ma al di là dell’evento, sono emersi molti spunti di riflessione su uomo e società.

Questa pandemia ha posto tutti noi davanti a milioni di interrogativi. Ci siamo riempiti le giornate di slogan, tutti uniti, tutti insieme, ce la faremo, andrà tutto bene, ma eravamo veramente d’improvviso tutti alimentati da così tanti buoni propositi?

Nel 1961 è uscito un film diretto da Vittorio De Sica, “Il giudizio universale”. Una mattina qualunque, nella città di Napoli, una voce tonante che arriva dal cielo annuncia che alle 18 ci sarà il giudizio universale. La pellicola si sviluppa mostrandoci le reazioni dei singoli davanti a quella prospettiva, anche in quel caso il buonismo si era impossessato di tante persone. Le minacce incombenti, in genere, ci privano di un bello strato di superbia.

Si tratta di capire, però, cosa traghetteremo nel futuro, perché se si ricomincia come prima, la vittoria del Coronavirus sarà stata schiacciante e persino i morti saranno stati poca cosa, anzi li si ucciderà una seconda volta perché neppure il loro sacrificio sarà valso. Nel film, dopo lo scampato pericolo, alle 18 successe poco o nulla, salvo lo scatenarsi di un grande nubifragio, ognuno tornò quello di prima, in alcuni casi anche peggio.

Abbiamo urlato tutti al cambiamento, ma cambieremo veramente?

Alcuni cambiamenti saranno indispensabili, soprattutto quelli di natura logistica, organizzativa. Il virus ci vuole tutti stretti e dunque dobbiamo fare il contrario, ma almeno questo lo abbiamo imparato e dunque non gli concederemo una facile vittoria, il resto attiene alle sensibilità personali.

In ogni caso, sono proprio i grandi stati di necessità a determinare i cambiamenti, così è accaduto anche stavolta e così sarà nei prossimi mesi, fino a quando ci sarà emergenza. I cambiamenti nella maggior parte dei casi sono, diciamo così, strumentali, ispirati da un fine, che in genere riguarda il reperimento di una situazione di sicurezza e di maggiore agio.

Le dico che chi perde l’occasione per revisionare la propria vita dopo quello che abbiamo dovuto affrontare, fermandosi solo alla parte che abbiamo definito “strumentale”, rischia di perdere l’intera vita, soprattutto nel comparto dei significati, perché qualsiasi trauma che passa senza lasciare tracce è stato privato di tutta la carica di pedagogia, personale e civile.