INCONTRO CON GAVINO ANGIUS: MEMORIA STORICA E SGUARDI IN AVANTI
4 ottobre, 2014   |  

A cura di Giorgio Gabrielli e Gerry Mottola

Continua l’intervista, il lungo confronto, che Gavino Angius ci ha concesso e per il quale ancora lo ringraziamo.

Nella prima parte abbiamo parlato anche delle ere del riformismo: “Quell’idea del compromesso storico non era solo un’idea di una alleanza politica, ma veniva fuori sulla base di alcune considerazioni: primo, non si governa una società complessa come quella italiana solo con il 51% dei voti; secondo, proprio per la gravità della crisi economica e sociale si rendevano necessarie alcune riforme in un percorso parlamentare comune. Non c’erano fusioni tra partiti. Non c’erano delle rinunce delle proprie radici o delle proprie identità o delle proprie idee, dei Comunisti rispetto ai Democristiani o dei Democristiani rispetto ai Comunisti. Ma c’era un comune progetto politico per bloccare una crisi economica spaventosa. E quella crisi fu arginata. Si fece una grande riforma sociale: la riforma sanitaria fu fatta allora ed è una riforma moderna, in quanto crea un sistema pubblico per la salvaguardia della salute. Poi con l’assassinio di Moro si interruppe tutto. Non solo un’azione di Governo.

Riprendiamo da qui.

 

Domanda: E’ proprio il percorso del riformismo in Italia che volevo mettere in luce.

In Italia ci sono state riforme storiche che hanno cambiato la società e la vita pubblica: e penso più all’edilizia popolare che si intensificò in quegli anni, che alla legge sul divorzio. Percorso che si interruppe non tanto, a mio avviso, per il tragico assassinio di Moro quanto per la politica, per l’intervento nella vita pubblica della segreteria socialista di Craxi, che ha tolto al PCI l’altra possibilità di alleanza. Quindi l’unico passaggio parlamentare restava solo Moro. Poi se vogliamo c’è stato un nuovo momento di riforma in Italia tra il 1990-1994 e poi piccoli sprazzi con i brevi governi de L’Ulivo e L’Unione. Ma in realtà un percorso unico di riformismo in Italia non c’è da almeno vent’anni.

Risposta: Si, in effetti è così. La storia Italiana è complessa, fatta di passi in avanti, di fermate, anche brusche. E’ una storia anche drammatica, segnata a volte da eventi terribili, da grandi tragedie.

Gli anni di maggiore speranza furono quelli della metà anni ’70. Ma furono anche gli anni di numerosi eventi drammatici. L’Italia fu dilaniata da un terrorismo nero, fu dilaniata da un terrorismo rosso. Ricordo che la mattina quando si accendeva la radio la giornata si apriva con la notizia, spesso in diretta, di un attentato, dell’assassinio di un magistrato o di un giornalista o di un politico. Persone note e meno note. Ricordo nomi di magistrati che allora non erano conosciuti, come Emilio Alessandrini, che è un eroe del nostro tempo. La mattina uscito di casa, ha accompagnato la figlia a scuola come abbiamo fatto e facciamo tutti noi. Lasciata la figlia, a pochi passi gli hanno sparato alla testa lasciandolo riverso dentro la macchina. Questa per le BR o per Prima Linea era una azione rivoluzionaria. Erano invece degli assassini vili ed efferati. E’ una storia terribile! Che andò avanti per anni e ci furono altre stragi. E ci fu una stagione nella quale si scatenò una lotta politica a sinistra, tra il PCI e il PSI. Non era una questione di caratteri come si disse allora. Certo il carattere di Berlinguer e il carattere di Craxi non erano simili, ma non era una questione di caratteri. Dietro c’era una lucida strategia per la conquista del potere da parte di Craxi che era iniziata con la battaglia nel 1976 per prendere la segreteria del PSI togliendola a De Martino. Ed era una linea che per affermarsi aveva bisogno di distinguersi, e nettamente, dal Partito Comunista contrastandolo continuamente. Era una linea di sopravvivenza e di blocco. E quindi il PSI doveva sempre avere una posizione politica di contrasto al PCI: accadde nella solidarietà nazionale, sulla linea della fermezza durante il sequestro Moro. Il sequestro e l’assassinio di Moro da parte delle BR interruppero il percorso del riformismo in Italia. Da questo punto di vista si può dire che le Brigate Rosse hanno vinto, volevano bloccare il grande progetto politico di Berlinguer e di Moro e lo hanno interrotto. Questa è la brutale verità.

Poi però ci fu un tentativo – peccato non emerga nel film di Veltroni su Berlinguer, che sarebbe servito anche per capire l’ultimo anno di vita di Berlinguer – e fu quando nel 1983, nella primavera del 1983, non riuscendo i governi del pentapartito a tirare avanti, di fatto si era alla vigilia dello scioglimento delle camere e delle elezioni politiche che poi effettivamente ci furono nel giugno 1983. In previsione di quel voto, anche per effetto delle molte diplomazie che si misero in moto, ci fu un incontro, molto importante, tra una delegazione del partito comunista guidata da Berlinguer e una delegazione del Partito Socialista guidata da Craxi. Quell’incontro politico aveva lo scopo di valutare possibili convergenze in vista del voto. Contro ogni previsione in quell’incontro si raggiunse un risultato, una intesa. E l’intesa era “Facciamo assieme la campagna elettorale, contro la Democrazia Cristiana che è la responsabile di questo stallo e dell’ingovernabilità del paese, se vinciamo le elezioni Craxi diventa il Presidente del Consiglio di un governo di Sinistra, se perdiamo facciamo l’opposizione assieme contro la DC “. Ma non passò neanche una settimana che Craxi fu chiamato da De Mita, all’epoca segretario della DC. Gli propose la Presidenza del Consiglio a prescindere dal risultato del PSI. Facendo due conti, Craxi capì dove c’erano maggiori possibilità di vittoria. Ci fu il voltafaccia del PSI che si alleò con la DC contro il PCI e vinsero. Il PCI fu sconfitto e così abbiamo avuto Craxi al governo in quegli anni ‘80.

Fu un periodo di grande crescita economica, la più forte crescita economica che si sia vista in Italia. Ma anche il periodo dove il debito pubblico è letteralmente esploso, cresciuto a dismisura dilapidando risorse come mai era avvenuto. Una crescita ed un debito che poi hanno comportato quel periodo di grandi “svendite” del nostro tessuto economico e industriale negli anni successivi.

Poi ci c’è stato il ventennio segnato dalla presenza di Berlusconi. Segnato dalla “discesa in campo” di Berlusconi che diede, a suo modo, una risposta alla fine politica del comunismo, alla crisi dei governi del “pentapartito”, al CAF si diceva allora, cioè ai governi Craxi-Andreotti-Forlani, all’esplodere della questione morale, al tracollo politico della DC e del PSI. Con Berlusconi sembrava cambiato tutto. In realtà non cambiava niente. Il blocco sociale, culturale e politico che sosteneva Berlusconi era lo stesso che sosteneva un tempo la DC e il PSI.

 

 

D: La discesa in campo di Berlusconi, da sola, non spiega secondo me la sua vittoria. Ci fu una colpa della “gioiosa macchina da guerra” che in realtà aveva il motore un po’ ingolfato, con una classe dirigente che ripeteva se stessa e che non aveva innovato nessun tipo di politica, ricalcando le ipotesi di mani pulite di due anni prima.

R: Non per insistere sempre e solo sui nostri errori…però la difficoltà della gioiosa macchina da guerra di “occhettiana memoria” fu dovuta certamente a questa ragione che lei diceva, però secondo me ce n’è anche un’altra. E cioè che quando dopo il crollo del muro di Berlino il PCI si sciolse, per usare una forma che neanche mi piace, ma noi “buttammo a mare l’acqua sporca e anche il bambino”. Cioè che ci fosse roba da buttare è chiaro, ma la storia dei comunisti italiani non poteva essere assimilata o addirittura equiparata alla storia dei comunisti sovietici, dei polacchi o ungheresi. Che c’entravamo noi con quelli che non sapevano neanche cosa fosse la democrazia? Noi siamo un paese democratico e il PCI ne è stato nerbo. Avevamo difeso la democrazia attaccata da destra e da sinistra…come si fa a dire che il PCI doveva vergognarsi della sua storia e di ciò che rappresentava in Italia? Cambiare il nome, bene, benissimo. Si chiami come lo si vuole. Non era questo il problema. Dovevamo dire che si era chiusa un’epoca e che bisognava aprirne un’altra con le forze del socialismo europeo. Ma non lo facemmo. Per scelta politica. Un’altra cosa che non facemmo, anche questa per scelta politica, era quella di chiedere a pieno titolo l’adesione all’internazionale socialista. L’abbiamo fatta di soppiatto e ci siamo entrati come osservatori per intercessione proprio di Bettino Craxi. Cioè facemmo quello che esattamente non avremmo dovuto fare! Con il piattino a chiedere, non dico l’elemosina per l’accesso, ma il biglietto gratis per entrare nella famiglia del socialismo europeo. Avremmo dovuto dire con parole chiare e con orgoglio che ci sentivamo parte di quel movimento, perché così era in effetti. Ci definimmo una forza “progressista”, ma in quel momento in Italia quel nome non aveva alcuna presa popolare. Diventammo un partito senza identità, senza memoria, senza storia. E così ci siamo autocondannati. Avevamo già emesso la sentenza. Poi naturalmente è arrivato Berlusconi che di fatto ci ha tagliato la testa. Ma lo ha fatto anche per effetto di quella sentenza che noi stessi abbiamo emesso. Può apparire un discorso un po’ brutale ma insomma nella sostanza penso che sia proprio così. Furono anni difficili che portarono ad una battaglia politica dentro il PDS – così si chiamava allora il partito erede del PCI – che portò alle dimissioni di Occhetto e alla elezione di D’Alema alla segreteria.

 

 

D: In effetti c’è stata questa auto-emarginazione nel panorama politico da parte dell’allora PCI e poi PDS e DS. Ma facciamo anche un salto ai giorni nostri e veniamo alla storia degli ultimi 2 anni. Perché, anche se in modo strano e rocambolesco, il centro sinistra è al governo. O meglio il centro-sinistra sostiene dei governi che sono in carica da due anni.

R: Sono successe tante cose in questi 2 anni, se parliamo di casa nostra il PD ha avuto in 5 anni 4 segretari politici. E non parliamo di persone che si sono rivelate essere degli stupidi o degli incolti. Parliamo di persone di prim’ordine dal punto di vista intellettuale, dal punto di vista dell’onesta personale, della cultura e dell’esperienza politica. Ora se un partito politico cambia 4 segretari in 5 anni e vive momenti di cupa tensione interna, è difficile attribuire tutto ciò a responsabilità personali. Evidentemente c’è qualcosa che non funziona nello strumento, cioè nel partito. Forse è il partito che non funziona bene: non è il pilota, è la macchina che non va bene.

 

 

D: Forse è cambiato qualcosa proprio nella nuova antropologia del partito

R: Ecco usi una parola giusta. Esiste una nuova antropologia di questo partito? Dovremmo chiederlo a chi l’ha fatto questo partito. Qual è il profilo identitario del Partito Democratico?

Il punto è questo.

Il PD è entrato nel Partito del Socialismo Europeo nel momento in cui ha avuto segretario che non è un uomo di sinistra ma che viene da una formazione presente nell’area di centro-sinistra. Può sembrare una contraddizione in termini.

Il PD ha vissuto certamente, dalla sua nascita, fasi piuttosto travagliate.

La gestione del post-berlusconismo si è rilevata difficile, la caduta del suo governo, ha aperto una fase politica precaria. Abbiamo avuto il governo dei tecnici, nato anche sotto l’incalzare di una acutissima crisi economica, sociale e culturale drammaticamente viva.

E il partito stesso è stato percorso da tensioni assai acute, da polemiche, da scontri anche personali altre che politiche.

La stessa scelta dei candidati a Premier, e presidente di regione o ai sindaci, anziché essere il frutto di un confronto politico aperto all’interno degli organi di partito, è stato fatto con il metodo delle primarie “aperte”, lasciano alle elettrici e agli elettori la responsabilità della scelta medesima. E come esito di questo metodo è che abbiamo perso le elezioni. Evidentemente non è la scelta delle primarie che può salvare dalla sconfitta. Di contro, in alcuni casi, invece il PD ha eletto uomini di governo che non sono stati scelti con le primarie a che funzionano benissimo e sono bravissimi. E penso ad esempio a Zingaretti nel Lazio che sta facendo molto bene anche se è stato scelto dal partito e non con le primarie.

 

 

D: La interrompo un attimo. Perché voglio capire. Queste primarie lei le contrappone a Zingaretti…

R: Ho fatto un esempio. Non voglio creare una contrapposizione. Voglio dire che l’esaltazione delle primarie come risolutivo dei problemi difficili che accompagnano la scelta di un candidato la considero un errore.

 

 

D: Assolutamente. Le primarie non vanno demonizzate né esaltate, sono uno strumento che può permettere ad una persona che non ha una gavetta politica alle spalle di essere conosciuti dalla popolazione, dall’elettorato.

R: Io infatti volevo arrivare proprio a questo. Sono totalmente d’accordo con la tua conclusione perché per queste primarie – cosiddette risolutive – c’è un effetto mediatico comunicativo amplificato che può essere cavalcato da tanti. Ma è uno strumento con il quale un candidato ottimo può essere distrutto. Nell’opposto un candidato che parla veloce, telegenico, più accattivante, belloccio può prevalere su un altro che dice cose serie e sensate ma che parla più lentamente o magari sbaglia gli sguardi alle telecamere, o magari trova un fetente alla telecamera che lo inquadra nel modo sbagliato, o c’è un regista che sceglie le immagini dannose per lui. A creare un personaggio in questi tempi non ci vuole nulla. Penso invece che una classe dirigente si selezioni in un altro modo. La classe dirigente di un partito la seleziona il partito, cioè gli aderenti a quella organizzazione. Questo avviene attraverso il confronto, il dibattito, l’esperienza che si matura nei circoli, nei comuni, nelle regioni. Insomma ci sono esami da superare, prove da vincere, risultati da conseguire. Sono molteplici i fattori che contribuiscono a rendere “bravo” un dirigente di partito. E questo richiede anche impegno serio, fatica, studio, riflessione.

Ritengo quindi che questo percorso non si improvvisa: si crea con l’organizzazione nel partito, con le sue regole, le sue aperture, il suo radicamento nella società.

A volte è una selezione severa, ma avviene così in ogni forma di organizzazione sia sociale, economica o sportiva: la classe dirigente di Confindustria la seleziona Confindustria, così come la classe dirigente del Circolo canottieri Lazio viene selezionata, giustamente, tra gli aderenti a quella organizzazione. Avviene sempre così.

Di una persona che assume un impegno politico, la prima cosa che guardo è qual’é stato il suo percorso politico, il suo impegno civile. Perché se il suo impegno fino a quel momento è stato quello di far soldi per la sua azienda, io dico che è stato bravo ma in effetti ha pensato ai fatti suoi. Invece l’impegno politico è pensare agli altri. E dunque preferisco una persona che ha dato prova di se nell’impegno civile, nell’impegno pubblico, con onesta personale dentro le istituzioni. Perché ha fatto bene il sindaco o il presidente di una regione, perché ha governato con impegno continuo. Queste sono le cose che contano molto a mio avviso.

 

 

D: Non vorrei parlare solo di PD, ma i meccanismi di selezione sono anche frutto delle scelte fatte da una classe dirigente presente da una ventina di anni a questa parte.

Per esempio l’idea di candidare Piero Badaloni alla Presidenza della Regione Lazio e poi l’idea di candidare Piero Marrazzo alla regione è il segno di essere su una linea leaderistica delle scelte che ha quindi bisogno di un “personaggio” per dare corpo alle idee. Quindi le responsabilità provengono da una radice antica.

R: Sono d’accordo.

 

 

D: Tornando su questo punto di Zingaretti, volevo sottolineare che Zingaretti, così come la Serracchiani in Friuli, hanno vinto senza l’uso delle primarie, solo con il loro radicamento sul territorio, per le loro scelte, per il percorso personale, per la loro storia. Perché sono due politici e non giornalisti o imprenditori “prestati alla politica”.

R: Piero Badaloni lo conosco benissimo e siamo legati da amicizia vera. Badaloni è una persona talmente cristallina che parlarne male mette in imbarazzo. Però la sua presidenza della regione Lazio è stata non molto positiva.

 

 

D: Probabilmente Badaloni è stato uno strumento necessario per il centro sinistra che in quel momento aveva bisogno di un messaggio mediatico. E piuttosto l’errore fu la sua ricandidatura, priva di contenuti.

E questa ricerca del consenso mediatico fu piuttosto dovuto alla mancanza di un humus comune del centro sinistra, in questi vent’anni in totale.

Quando c’era questa “Negazione dell’ispirazione socialista”, come l’ha definita prima, come strategia delle destre, qui c’è la colpa del centro sinistra che non si è saputo affermare operativamente con la propria identità, ma ha seguito e inseguito sulle manifestazioni del leader.

R: E’ proprio così e faccio 2 esempi. Tornando a questa cosa delle primarie che veramente mi ha colpito, non voglio sminuire lo strumento in sé: capisco che con la partecipazione degli elettori e non scegliendo i candidati in un salotto davanti a un caminetto sia un fatto importante. Ma ci vogliono regole giuste e devi scegliere anche bene i candidati da proporre. Siamo andati a votare in grandi città italiane con candidati del partito democratico, a Genova, a Milano, a Napoli, a Bari, a Cagliari, a Palermo: come mai tutti i candidati del PD sono stati sconfitti alle primarie da candidati di altri partiti che forse in alcuni casi erano anche meno preparati? Allora vuol dire che si è sbagliato nello scegliere i propri candidati. Conosco alcuni di questi sindaci che hanno vinto. Alcuni li conosco benissimo e vi assicuro che sono delle ottime persone che si stanno rivelando dei bravi amministratori, per nostra fortuna e per merito loro certamente. Perché non li ha scelti il PD? Perché da Pisapia a Milano a Massimo Zedda a Cagliari, che conosco da quando aveva i pantaloni corti, vale il ragionamento “perché non l’abbiamo scelto noi?”. C’è l’esigenza di cambiare la classe dirigente. Il problema vero è chi guida questo cambiamento.

 

 

D: Non so se lei ha partecipato a Frattocchie alla scuola di partito del PCI, dove si aveva un momento di selezione della propria classe dirigente.

R: Io non sono mai stato a Frattocchie come allievo. Ci sono andato invece come insegnante. La mia selezione è avvenuta sul campo, vissuta. Io sono entrato nel PCI e la seconda volta che ho messo piede in una sezione a Sassari ho fatto pulizia – non politica – con un gruppo di giovani. Mi sono fatto dare con un trucco le chiavi della federazione e tra un sabato e una domenica abbiamo dipinto tutto, ripulito tutto, rinfrescato tutto. Tolto il tanfo che c’era. Il lunedì quando sono andati i funzionari del partito sono trasecolati. Ci hanno rimproverato, ce ne hanno dette di tutti i colori. Però sotto sotto erano contenti. E quel gruppo di giovani della federazione giovanile comunista sarebbero tutti diventati, negli anni, bravi e capaci dirigenti, grandi amministratori, personalità politiche stimate. Io sono diventato consigliere comunale, più avanti sono stato eletto consigliere regionale. Sono diventato segretario regionale del PCI in Sardegna quando non avevo 30 anni. A 37 sono entrato nella segreteria nazionale del partito. E il mio non è l’unico esempio. Era un’intera nuova classe dirigente che cresceva. La formazione politica avveniva sul campo, dove si capiva se uno è bravo e capace. Nel 1975 a Sassari, ed ero capolista del PCI già a 28 anni, conquistammo per la prima volta il comune. Volevano che diventassi sindaco ma non ho accettai. Mi piaceva fare politica. Eleggemmo sindaco un socialista che però lesse le dichiarazioni programmatiche per il comune a Sassari che erano scritte da me.

Tutto era alla prova del fuoco.

Anche oggi però, non voglio fare nomi, ma conosco personalmente presidenti di provincia, presidente di regione, sindaci che potrebbero fare tranquillamente il presidente del consiglio. Che sono giovani e bravi e capaci.

In questi ultimi 2 anni abbiamo sofferto l’onda lunga dell’antipolitica, del personalismo, del populismo. La scelta di Monti è stata proprio catastrofica. Non mi ha convinto nella maniera più assoluta. Il governo dei tecnici? Che c’entra la tecnica con le scelte politiche che dovremmo fare? Contano le idee politiche: la tecnica ti dice che una cosa la puoi fare in un modo o in un altro ma la scelta di farla in un modo o in un altro la fai in base ad una tua idea politica di uomo di governo. Per avere una tua idea politica devi avere una concezione dello stato, devi avere una visione della società, devi avere una rappresentanza dei bisogni, devi avere dei riferimenti culturali, di valori, degli ideali. Cioè una grande politica di un grande paese, deve avere questo. Io onestamente nella linea del governo non la vedevo prima e non la vedo neanche ora. Poi ci può essere una mossa un po’ più giusta o una un po’ meno giusta che fa il governo, ma non riesco a individuare un disegno politico strategico che proietti l’Italia nel futuro. Io preferirei avere un presidente del consiglio che parlasse più lentamente e mi facesse capire bene quale è l’obiettivo che indica per il suo paese. A me sembra che da sei anni a questa parte, cioè dopo la crisi finanziaria del 2008, si segue sempre, costantemente, la stessa linea di politica economica. Con risultati catastrofici.

Stamattina ho seguito una intervista ad un certo Ricci che è stato presentato come componente del direttivo PD, che raccontava delle mirabilie fatte dal governo, gli ottanta euro, del taglio delle provincie, poi ha detto la seguente frase che mi sono appuntato mentalmente “si è vero c’è qualche problema con il taglio delle provincie perché non sappiamo bene dove andranno le competenze della scuola e della viabilità”. Mi domando “ma puoi fare una riforma di questa portata in questo modo?”. Anche perché con questa riforma le spese, almeno inizialmente, aumenteranno, per il conferimento dei nuovi incarichi ad altri uffici ad esempio, senza sapere molto “dove andranno le competenze della scuola e della viabilità”.

E poi non ho per niente condiviso la “riesumazione” di Berlusconi. Questo è stato un errore politico drammatico perché si è ridato vita ad un personaggio che era in via di estinzione. E’ vero che le riforme istituzionali si fanno con tutti assieme. Però qui siamo in presenza di un condannato,  espulso dal Parlamento. Che ha rovinato e inquinato l’Italia. Di fatto Berlusconi è tornato ad essere trai protagonisti non secondari della politica italiana.

 

 

D: Io questa mossa me la spiego non tanto sotto il profilo istituzionale per fare le riforme ma per creare un “ponte” per gli elettori che si rifacevano a Berlusconi per eliminare questo anti-berlusconismo che ha caratterizzato lo scontro politico.

R: Ci sono molti modi per incontrare l’avversario politico. E’ sbagliato criminalizzare Forza Italia o gli elettori di Forza Italia ancora meno. Ma incontrare Berlusconi a Via del Nazzareno ha un significato e un volontà politica che non sfugge a nessuno.

E questo aumenta anche il distacco che proviamo in molti. Sento moltissime persone che mi chiamano o che mi fermano anche per strada. Sono assolutamente demotivate, non convinte. Non sono poche le persone che sono orfane di un riferimento. Quando uno si iscrive ad un partito non è che deve condividere tutto ciò che dice il politico. Quanto più il partito è grande, tanto più ci sono idee diverse, sensibilità diverse che portano a dissentire o non condividere aspetti e proposte specifiche avanzate dal partito medesimo. Tuttavia di quel “tuo” partito devi condividere l’idea di fondo, le grandi idee. Io oggi stento a trovare un riferimento forte e chiaro. Penso che siamo un po’ orfani di una idea forte per sollevare dalle difficoltà, dalla sofferenza gran parte degli italiani.

E poi un partito è un movimento politico, un modo per far girare idee e proposte. Se smette di essere movimento, un partito cosa è? E’ burocrazia magari aumentata da populismo. Un partito politico, come lo intendo e come l’ho vissuto, è immerso nella società, ne vive le pulsioni, i desideri, le espressioni. Si, le forme organizzative possono e debbono essere diverse dal passato, ma deve essere un corpo vivo. Che è presente, che lotta, che combatte, per il cambiamento. Oggi non è così. Non c’è una lettura nitida, sincera, del presente. Né sulla politica internazionale, né su quella nazionale. A me, sbaglierò, sembra di essere quotidianamente ingannato da tanti giornali, da tanti televisioni, da tanti uomini che parlano di politica. La verità raccontata nel presente che viviamo sarebbe di per se una rivoluzione. Perché costringerebbe a vedere ciò che oggi ci viene nascosto.

Io nell’ultimo anno ho partecipato a due manifestazioni di piazza: la prima organizzata contro la guerra in Siria da Papa Francesco, era una veglia di preghiera, io non ho pregato perché non sono credente, ma sono rimasto lì tre o quattro ore in Piazza San Pietro. Una esperienza bellissima. La seconda sono stato la settimana scorsa a Latina alla manifestazione di Libera contro le mafie. Allora la mia domanda è: possibile che in un anno il PD non sia riuscito a trovare un motivo per organizzare una manifestazione scegliendo tra i tanti drammi che viviamo. Il partito è questo. O forse questa è vecchia politica.

 

 

 

 

 

 




 
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