INCONTRO CON GAVINO ANGIUS: MEMORIA STORICA E SGUARDI IN AVANTI
14 maggio, 2014   |  

A cura di Giorgio Gabrielli e Gerry Mottola

Siamo lusingati di ospitare nella nostra rubrica di interviste Gavino Angius. Due intense ore di dialogo di memorie di uno dei protagonisti nel momento della fondazione del Partito Democratico. Due ore intense che ci hanno fornito molto materiale sul quale pensare e scrivere. Pubblichiamo ora la prima parte di questa intervista, presto pubblicheremo la seconda parte.

 

Gavino Angius si iscrive al Partito Comunista Italiano dopo la laurea in scienze politiche. Presto diviene segretario comunale nella sua città e poi segretario regionale. Nel 1987 viene eletto deputato per la prima volta, seggio che conferma fino al 1998 quando viene eletto senato. Sino al 2008 è Vice Presidente del Senato. Nel 2007, assieme a Zani e altri, presenta una mozione all’ultimo congresso dei DS in contrasto con la linea che prevedeva lo scioglimento del partito e la fondazione del “Partito Democratico”.

 

Domanda: Le chiediamo per prima cosa del suo percorso politico. E’ un viaggio fatto tutto dentro al PCI prima e poi nel PDS e DS. Al momento della costruzione del Partito Democratico presenta una mozione nei DS che sostanzialmente contrastava lo scioglimento di quella formazione politica.

Risposta: Dobbiamo prima di tutto precisare che il PD non esisteva in quell’ultimo congresso dei DS. Ci si poneva l’obiettivo di crearlo. Con un percorso parallelo a quello che stava facendo la Margherita. L’idea era quella di una fusione. Definii quella operazione una “fusione a freddo”, perché pur essendo persuaso che l’incontro tra la più grande forza della sinistra italiana rappresentata in quel momento dai Democratici di Sinistra – che era di ispirazione social democratica (anche se all’epoca questa parola non veniva usata perché considerata una parolaccia) –  e la Margherita, erede della tradizione più aperta della Democrazia Cristiana, di ispirazione cattolico-sociale, fosse un grande progetto allo stesso tempo ho sempre pensato che esso avesse bisogno di una ulteriore maturazione prima di poter pensare ad una fusione.

Poi però non si decise così e io, assieme ad altri compagni dei DS, non fui d’accordo. Del resto la decisione sulla fusione fu presa nella direzione nazionale che si tenne nell’estate del 2006. Si delineò il percorso. Nella risoluzione finale fummo sconfitti, mi astenni poi al momento del voto. E motivai.

Ma quel percorso nacque – è bene ricordarsele le cose – con un atto di forza. Il segretario dei DS era Fassino, e c’era il Governo Prodi. Noi facevamo parte del Governo che aveva una larga maggioranza alla camera, ma aveva una maggioranza risicatissima al senato –a volte di una o due voti- ed eravamo sottoposti alle sarabande – diciamo – di alcuni personaggi. In particolare due senatori eletti da Rifondazione Comunista, che ci facevano impazzire… Rossi e Turigliatto. Praticamente avevamo una maggioranza di due voti. Ed eravamo esposti su ogni provvedimento del governo. Quindi era chiaro che avevamo una enorme difficoltà politica su ogni provvedimento di legge. Ed era una difficoltà politica dovuta all’esito del voto, perché in quel 2006 non c’è stata quella vittoria di cui parlava il segretario del partito Fassino. Ricordo che commentai i risultati di quella notte tremenda, in diretta televisiva a “Porta a Porta”, alle 2 e mezza del mattino. Non era vero che avevamo vinto. Perché mentre disponevamo di una larga maggioranza alla camera, questa maggioranza nei fatti non ce l’avevamo al senato dove eravamo la prima coalizione, ma con un vantaggio di appena 24 mila voti. Bisognava, a mio giudizio, cambiare linea politica. Non potevamo continuare come se avessimo conquistato una larga e sicura maggioranza. Potevamo, per esempio, offrire la presidenza del senato all’opposizione. E c’era anche la persona adatta a cui poter rivolgersi, che aveva un buon rapporto con il centrosinistra, sebbene fosse un uomo di Forza Italia. Mi riferisco all’allora senatore Pisanu. Io feci questa proposta alla segreteria del partito il lunedì quando commentammo il voto. Ma la cosa fu presa come una “lesa maestà”. E non capii perché. Si andò così avanti con la elezione del Presidente del Senato e con la fiducia al Governo Prodi in un clima di grande incertezza politica. L’opposizione approfittava di ogni circostanza per metterci in difficoltà: anche solo avere il numero legare era una pazzia, una impresa. Non dimentichiamoci, come ci ricordano le cronache giudiziarie di questi giorni, che Berlusconi cercò, riuscendoci, di comprare alcuni senatori eletti nel Centro Sinistra come il reo confesso Senatore Di Girolamo, dell’Italia dei Valori.

Ero consapevole della precarietà politica che c’era alla base dell’Unione, era una alleanza troppo larga. Andava da Rifondazione Comunista di Bertinotti all’Udeur di Mastella. Mettere d’accordo gli uni con gli altri era una impresa titanica. Ma da qui a stabilire, di botto, che bisognava distruggere tutti quei rapporti che avevamo a sinistra e candidare il partito che doveva nascere, a governare da solo era secondo me troppo. Certo potevamo ridurre quelle alleanze, forse sarebbe stato meglio, ma il nostro comunque era un partito di sinistra alleato con altre formazioni politiche alle quali non potevamo chiedere il suicidio, anche perché sostenevamo assieme il Governo Prodi. Prevalse invece dei DS e nella Margherita, l’idea di dare via a un partito “a vocazione Maggioritaria”, cioè un partito che, senza nessun alleato, avrebbe vinto le elezioni politiche anticipate. Fu un errore tragico.

 

 

D: Il risultato non fu esaltante, ma rispetto a quel risultato il Partito democratico è anche andato perdendo altro consenso…

R: Si era un momento di grande difficoltà. E lo scrissi anche nel 2007 nella mozione congressuale, con una differenza rispetto a Mussi. La posizione di Mussi e di altri escludeva il partito unitario. Io dicevo “Badate, il mio non è un no di principio, non precipitiamo tutto. Non cancelliamo tutto. Piuttosto lavoriamo – come già stiamo facendo – per far diventare quella tra DS e Margherita qualcosa di più di un’alleanza – magari una federazione – ma non ancora un partito”. Anche perché c’era il pericolo di eliminare dalla scena politica un leader come Prodi, che avrà avuto anche i suoi difetti, come ciascuno di noi, però era il nostro presidente del consiglio ed una personalità molto autorevole in Italia e in Europa.

 

 

D: Ma il clima nel quale l’idea del nuovo partito nasce non è quello dell’Ulivo, ma quello dell’Unione. Come anche lei ricordava, se vogliamo un rassemblent di forze non certo omogenee…

R: Anche io, non casualmente, ho fatto riferimento a questo. Riconosco che l’Unione era “una cosa” dentro la quale c’era una compagnia piuttosto variegata, diciamo pure eccessivamente variegata. Ho sempre considerato le forze essenziali del centro sinistra determinanti, decisive per storia, cultura politica, pensiero politico per ciò che hanno rappresentato nella storia della società italiana, sia gli eredi della tradizione cattolico democratica da una parte sia gli eredi della tradizione socialista democratica dall’altra. Poi, naturalmente, anche l’incontro con altre forze di ispirazione liberale, ma di un liberalismo che guarda a sinistra, o anche con altre forze di centro che guardano a sinistra, e con le componenti ambientaliste.

Pensare di rimettere insieme l’Udeur di allora fino alle frange più estreme di Rifondazione Comunista era una impresa praticamente impossibile. Sono d’accordo dunque che c’era questo problema politico. Ma questo problema politico non è che l’abbiamo risolto con una reductio ad unum con la nascita del PD. La risposta a questo problema non era “facciamo tutto noi, facciamo il PD, punto e basta”. La famosa vocazione maggioritaria, lo ripeto, fu un errore politico, aggravato dalla nascita di una legge elettorale ipermaggioritaria e da me non condivisa.

 

 

D: Ho sempre pensato, da quando seguo la politica, che il panorama politico italiano soffre di un “viraggio” particolare: avevamo un partito comunista che in realtà era di ispirazione socialista, il partito socialista o meglio il partito craxiano che era un partito più liberale e poi questo partito popolare di massa, la Democrazia Cristiana, che abbracciava tutto l’arco istituzionale, contenendo correnti di destra e correnti di sinistra. Ecco dalla “polverizzazione” di quell’ambiente ad ora – ormai venti anni buoni – non siamo riusciti ancora a delineare una struttura, un nuovo assetto politico.

R: Grosso modo sono abbastanza d’accordo su questa ricostruzione storica della sinistra, ma direi della vicenda politica degli ultimi 30 anni. Il PCI è stata una forza democratica della sinistra in Italia, la si può girare come la si vuole, ma un partito che è arrivato per molti anni ad avere oltre il 30% dei voti è difficile che non sia democratico. Un partito che governava la maggioranza dei comuni italiani, la maggioranza delle province, la maggioranza delle regioni, per molti anni, è evidente che rappresentasse una forza radicata nella società italiana. Tutti vedono quello che fa e vedono anche quello che non fa. E’ sottoposta al giudizio degli elettori, una grande forza democratica. Poi c’era la Democrazia Cristiana, che se vogliamo è sopravvissuta persino a se stessa, perché poi una parte del suo personale politico si trova sparpagliato un po’ ovunque. La DC è stata una grande forza popolare. Ha governato a lungo l’Italia, molte regioni, moltissime città. Ha dei grandi meriti storici. Ma ha avuto anche la grande responsabilità di non fermare o almeno rallentare il declino italiano, così evidente alla fine degli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90.

Qui c’è anche la responsabilità politica del craxismo. Ma torniamo ai DS. C’è un punto che voglio sottolineare. A un certo momento della recente storia politica italiana si stabilì a sinistra, cioè dentro i DS e attorno ai DS, e lo si è stabilito sotto l’onda di una campagna ideologica fatta contro la sinistra e la sua funzione democratica, si stabilì che in Italia non potesse esistere una forza di ispirazione socialista e social-democratica di tipo europeo. Ma questa forza aveva come sua cultura politica fondante l’idea di un rinnovamento profondo della società italiana e dello Stato. Si disse che tutto ciò che faceva riferimento o avrebbe potuto fare riferimento ad una forza socialdemocratica rappresentava “il vecchio”. Si disse che c’era una crisi irreversibile dei partiti socialisti e social-democratici a livello mondiale; si disse che lo stesso pensiero socialista era un pensiero morto, perché era una cultura politica finita, tanto più in quanto si era in presenza della fine delle ideologie. Fu una delle più grandi menzogne che noi ci siamo bevuti. Era al contrario una vera e propria campagna ideologica delle forze conservatrici di destra, di ispirazione liberista, che imponevano così la loro egemonia politica e culturale. In virtù di ciò un partito di sinistra non doveva più esistere. Al massimo poteva esistere un partito di centro-sinistra. Ricordo un saggio di un politologo inglese che è andato molto più di moda in Italia che non in Inghilterra; questo saggio pubblicato su il quotidiano “La Repubblica” iniziava con questa frase apodittica: “il socialismo è morto”. Punto. Che poi si facesse riferimento al socialismo di Lenin, a quello di Stalin o a quello di Mitterrand, a quello di Olaf Palme, quello di Gutierres, quello di Brand, quello di Berlinguer o a quello di Craxi, questo non veniva detto. Era solo l’idea stessa di un possibile cambiamento sociale e politico profondo che veniva sostanzialmente negato. Tutto era finito a sinistra.

Ora, notate bene, questo è avvenuto solo in Italia perché altrove esistono partiti del lavoro, socialisti, laburisti, social-democratici, ma senza dichiarare morte le radici su cui sono cresciuti, si rinnovano progressivamente, e le elezioni le vincono, le perdono, le pareggiano, vanno al governo o sono all’opposizione. Ma nessuno mette in discussione l’esistenza del partito, vale per l’SPD o per il partito di Olof Palme, o in Spagna per il partito socialista. Nessuno mette in discussione in Gran Bretagna l’esistenza del partito laburista. Eppure hanno subito cocenti sconfitte. Si possono avere 2 segretari del partito laburista che seguono politiche molto diverse tra loro, ma nessuno mette in discussione l’esistenza stessa del partito. Da noi si! Io questo non l’ho accettato. E non lo accetterò mai. Perché posso pensare ad una azione di rinnovamento, di cambiamento, di evoluzione, anche di cambiamento delle politiche sociali ed economiche, ma se io nego la possibilità stessa di costruire per il mio paese una società diversa, una società più giusta, se io nego la possibilità stessa dell’esistenza di un partito che abbia nel suo DNA la difesa del lavoro come valore fondante della dignità della persona umana. Se io nego la necessità di politiche pubbliche come strumento, non uniche certo, di solidarietà ed equità sociale, di crescita e di benessere da diffondere, di diseguaglianze da accorciare, allora tutto ciò significa una cosa semplice, che non voglio che le cose cambino, che sono un conservatore, perché voglio conservare l’esistente anche se esso è caratterizzato da disoccupazione crescente, da perdita di posti di lavoro, da tagli spietati dello stato sociale, dalla riduzione progressiva dei redditi e delle pensioni, ecc…

Temo che viviamo anni di arretramento. L’Italia non va avanti, torna indietro. Non si vive meglio, si vive peggio. Non si è felici. Si è tristi e si ha paura del futuro. La spietata ideologia liberista che ha vinto in questi anni, è stata una ideologia potente che ha puntato dritta sul diritto del più forte, pensando che tutto debba essere risolto dalla persona, dall’individuo, nega l’azione collettiva. Perché quella ideologia è valida? E perché non può esistere una cultura politica, un pensiero politico, una azione politica, una organizzazione politica dei più deboli? Direi un punto di vista dei più deboli.

Qui si viene all’altro punto. L’attacco ai partiti, ai sindacati, alle organizzazioni di massa.

Non è vero che sono tutti ladri. Ci sono molte persone oneste, serie, generose. I delinquenti vanno perseguiti ovunque. Sia che stiano in alto sia che stiano in basso.

Ma perché si attaccano i partiti in quanto tali?

Vi faccio una domanda. Ditemi una democrazia dove non esistano i partiti. Ditemene una oggi nel mondo. Ditemene una ieri se è mai esistita. Non la troverete. Non esiste!

Per la semplice ragione che il partito politico è la forma nella quale si organizzano volontariamente uomini e donne sulla base di una loro idea. Questo partito politico poi può essere di destra, di centro o di sinistra. Ma esiste, perché è la forma attraverso la quale il popolo si organizza. E’ diversa dalle altre organizzazioni. E’ l’unica organizzazione che deriva la propria legittimazione dal voto dei cittadini espresso in forma segreta. Non ce ne sono altre. Nemmeno i sindacati, perché si rivolgono al mondo del lavoro, e non quindi alla totalità dei cittadini. Il partito politico no: ha una responsabilità verso tutti i cittadini. E, ripeto, deriva la sua legittimità dal voto di tutti i cittadini, che gli possono dare poi il 3%, il 30% o il 60% dei voti, ma la legittimazione è li. Ed invece oggi viene colpita al cuore la legittimazione stessa del partito politico.

La politica è il pane quotidiano dell’essere umano. Si vuole sostituire la politica con la tecnica. Ma cosa vuol dire? Se io devo fare dei tagli al bilancio dello stato, non chiamo un “tagliatore”, perché quello lo sa fare anche qualunque ragioniere. No! Ci vuole un uomo o una donna politica: un uomo politico accorto taglia dove ci sono gli sprechi e taglia in modo che chi ha di più viene tagliato di più e chi ha di meno, viene tagliato di meno. E’ una scelta politica. Per esempio togliere soldi alla scuola pubblica e darli alla scuola privata è una decisione politica, non tecnica.

 

 

D: Questo voler distruggere alla base l’idea di un partito di ispirazione socialista mi evoca tantissimo quell’idea che l’Italia è sostanzialmente un paese di destra anche quando vota a sinistra. E’ veramente così?

R: C’è del vero in questa affermazione. Senza richiamare Gramsci, è fuori di dubbio che la storia d’Italia ci ha consegnato un paese, una società che potremmo definire “largamente moderata”. Ma ci ha lasciato in eredità anche un paese segnato da parecchi squilibri economici – Nord e Sud – da intollerabili diseguaglianze sociali – che si accentuano sempre di più – da un senso diffuso di illegalità e da un dominio sempre più penetrante della criminalità mafiosa, camorristica e ‘ndranghetista.

Per un’Italia più forte, più onesta, più libera c’è stata una sinistra che si è battuta, che ha svolto una sua insostituibile funzione a difesa dei lavoratori, dei poveri, delle donne, delle persone oneste.

 

 

D: Tutti i partiti socialisti, per quanto riguarda l’Europa, sono in una coalizione che è il Partito Socialista Europeo.  Il Partito Democratico ha deciso adesso di aderire. Le forze di centro sinistra in Italia non avevano una collocazione ed una connotazione politica europea. Ci siamo entrati ed ora con la presidenza di Schulz si affronterà il tema del cambiamento, del rinnovamento, che – come diceva lei – va fatto. Il passaggio dalla “Fusione Fredda” e la situazione attuale la vedo ancora troppo frammentata: siamo passati dai partiti di mobilitazione popolare ai partiti personali, ai vari movimenti.

R: Sono due aspetti che distinguerei. Primo quello della collocazione europea e poi quello della struttura del partito politico e del partito personale.

Per quanto riguarda l’Europa, e lo dico anche perché stiamo andando verso le elezioni europee, l’Europa è stata la culla dei grandi pensieri politici, che si sono espressi in modo evidente nel novecento ma che naturalmente vengono dalla storia: il parlamento è nato in Inghilterra, in Europa si è formata la borghesia che ha preso forza nella Rivoluzione Francese, in Europa c’è stata la rivoluzione industriale, sempre in Inghilterra, in Germania è nato il pensiero idealistico con le sue alte espressioni sino al materialismo storico, in Europa si è inventato il Partito Politico come strumento di governo ma anche di lotta.

Il Partito politico è nato in Europa e non è un caso che sia nato come strumento di organizzazione dei più deboli. Le destre storiche non avevano bisogno del partito politico. Avevano I loro giornali, le loro scuole, le loro università, le loro chiese (e lo dico in senso stretto non in senso figurato), le loro industrie, le loro miniere, i loro latifondi. Quindi a cosa serviva un partito politico? Ai ricchi non serviva! Si votava per censo e le donne – non se lo ricorda nessuno – hanno votato solamente nel 1946. La democrazia è nata in Europa. In Europa è nata l’idea dello stato sociale. Il primo partito che è nato era socialista, prima in Inghilterra e poi in Francia. In Europa è nata l’idea dello stato sociale, cioè di grandi azioni politiche a sostegno dei più poveri, del lavoro, dei diseredati, per avere il pane, per avere la casa, per avere l’istruzione e il sapere, per avere una dignità.

L’idea dell’Europa è nelle politiche pubbliche a sostegno dei più deboli, con il tema centrale del lavoro. Popoli che si uniscono per vivere meglio. Nella pace.

Questa idea dell’Europa che è nata e si è sviluppata non è solo quella economica, dell’Unione del carbone e dell’acciaio; il suo fondamento sta nel famoso “Documento di Ventotene” di Spinelli. La moderna idea di Europa non è nata con la moneta, non è nata con l’Euro, ma è nata molto, ma molto prima. E’ persino sopravvissuta alle lacerazioni e alle infamie del nazismo e del fascismo.

Ricordo l’inizio di un bellissimo discorso fatto da un dirigente del Partito Comunista, Giorgio Amendola, sull’Europa. Disse, testuale “l’Europa confina a est con i Monti Urali e a ovest con l’Oceano Atlantico, a Nord con il mar Baltico e a sud con il Mediterraneo“. E così è perché noi consideriamo europei Dostoevskij Puskin, Goethe, Leopardi, Dante, Shakespeare, o i pittori impressionisti, o i fiamminghi, i musicisti come Mozart o Beethoven, o Verdi, o filosofi come Kant o Hegel o Voltaire. In Europa è nato l’Illuminismo e il razionalismo, ma in Europa hanno sede la cristianità, le chiese cattoliche, ortodosse, protestanti, anglicana.

Noi siamo molto più europei di quanto spesso ce ne rendiamo conto.

No, l’Europa non è solo l’Euro e la moneta unica. C’è qualcosa di arido, di incolto, in chi pensa questo. L’Europa è una culla di civiltà. L’Europa è una entità storico-politica-culturale unica.

L’Europa non può essere considerata solo perché è il più forte mercato mondiale. Sia dal punto di vista produttivo, sia dal punto di vista dei consumi.

L’Europa non è solo questo, non è solo moneta, non è solo mercato, non è solo finanza.

L’Europa è una idea di società che si articola in vari modi. L’Europa è stata percorsa da tante tragedie anche recenti – dimentichiamo che vent’anni fa abbiamo vissuto una guerra spaventosa nei Balcani, nel cuore dell’Europa - però l’Europa ha tanti tratti di positività. Vi scandalizzerò: io sono contrario ai vincoli imposti dalla destra europea e anti-italiana di inserire nella Costituzione il principio del pareggio di bilancio. Perché questo vincolo non deve esistere per gli Stati Uniti e deve esistere per l’Italia?

Perché in situazioni di grandi difficoltà un paese non può avere il diritto di indebitarsi, ovviamente con l’impegno poi di sdebitarsi, per far fronte al bisogno dovuto per esempio ad una catastrofe naturale, o per aiutare i più deboli e per favorire le imprese e il lavoro a crescere? Perché?

Nell’esperienza di qualsiasi paese al mondo non esiste un solo esempio in cui un Paese sia uscito da grandi catastrofi economiche o finanziarie – a cominciare dagli Stati Uniti – oppure derivanti dalla guerra, senza aver avuto accesso al debito, senza impostare grandi politiche pubbliche. Ma che cosa fa un cittadino quando si compra casa? Fa il mutuo, si indebita! E poi lo restituisce nel tempo con il suo lavoro.

E così che fa un grande Paese. Perché questo deve essere negato? Ecco, c’è una idea che ormai ha prevalso anche da noi, l’idea di quelli che in America vengono chiamati “Economisti di acqua dolce”. Che sono gli economisti grosso modo della scuola ultraliberista. Poi ci sono gli “Economisti di mare”, che vengono chiamati così perché provengono dalle università che sono prevalentemente sul lato costiero degli Stati Uniti, mentre quelli di acqua dolce sono quelli dell’università dell’entroterra. Sono due pensieri economici. Un po’ grossolanamente, possiamo dire che un famoso economista d’acqua dolce nel nostro Paese sia Mario Monti; lo sono poi i due editorialisti principi del Corriere della Sera: Giavazzi e Alesina. Sono economisti d’acqua dolce, le cui idee c’hanno portato alla catastrofe finanziaria del 2008 e che però hanno la pretesa – ed hanno vinto – di imporre le loro stesse ricette per risanare la crisi da loro stessi provocata! Per cui, direbbe Manzoni, è come chiamare l’untore a sanare il morto che ha diffuso. Loro hanno diffuso il morbo delle economie finanziarie selvagge, del turbo capitalismo finanziario, ed ora sono richiamati a risanarle. Noi in Italia abbiamo fatto così con Monti e di chi lo ha sostenuto. Ma vi siete accorti che da due anni a questa parte, nonostante prevalgano le loro idee, tutti – dico tutti – i dati sull’economia reale – lavoro e imprese -, sul bilancio dello stato, sul debito pubblico, sul costo del denaro, sui consumi…tutti i dati sono peggiorati? E’ così, purtroppo. Ma questo non viene mai ricordato.

Allora ecco il punto. Forse sono pessimista, ma in Europa una determinazione forte e convinta per contrastare questo pensiero unico economico, finanziario e politico non c’è. Prevale ancora questa idea di una austerità che cancella o distrugge posti di lavoro, di politiche sociali che distruggono la vita delle persone. Noi in Italia abbiamo delle politiche economiche messe in atto dai governi Berlusconi o dal governo Monti che sono delle idee catastrofiche che distruggono la vita delle persone, che non danno prospettive ai giovani, che tolgono ogni speranza. Però noi in Europa non le contrastiamo a sufficienza. Abbiamo per esempio dei ministri economici che sono proprio dei flagellatori e sono presenti nella commissione europea… La commissione europea è da 5 anni dominio di persone che hanno queste idee, da Barroso in giù sono tutti uomini di destra. Ma perché questa parola semplice non la si usa? Sono rappresentati politici di una destra politica europea che a volte ha delle punte reazionarie. Perché non lo si dice? Tutto sembra ridursi a slogan “ci vuole più Europa“…è una cazzata! Quale Europa? Ci vuole una Europa diversa, completamente diversa! Questi stanno distruggendo e hanno distrutto l’idea di Europa! Ci meravigliamo del voto francese a LePen, ma perché i cittadini dovrebbero votare per l’Europa? Perché io devo subire dei vincoli di questi liberisti di destra che sono al governo dei loro Paesi, che agiscono nel nome del potere finanziario che ha la sua diramazione dagli Stati Uniti d’America, passa per la Gran Bretagna e arriva a Bruxelles? Sono queste idee che ci hanno portato a questa catastrofe! Quelle degli economisti d’acqua dolce… mentre gli economisti di mare, possono anche ricevere il premio Nobel come Krugman, ma vengono considerati dei delinquenti comuni, quando difendono le loro idee e fanno le loro critiche.

Ritorno al tema centrale: io penso che certamente sia un fatto positivo che il Partito Democratico sia entrato nel Partito Socialista Europeo, ma il giovane Presidente del Consiglio, che è anche segretario del partito, non lo vedo proteso verso quegli orizzonti. Pare che abbia un campo d’azione assai più limitato, al di là delle sue iperboli ed anche del suo modo di lavorare, diciamo un po’ troppo spregiudicato.  Perché non si può far passare per progetti di legge, già quasi esecutivi, già quasi approvati, quelli che sono degli indirizzi generici espressi in un documento approvato dal governo. Un governo non approva documenti, un governo approva leggi che presenta in parlamento, decreti legge e decreti legislativi: un governo parla per atti non parla per iperboli o per slide.

 

 

D: Questo PSE probabilmente non si è sufficientemente rinnovato per mettere in atto l’operazione che ha descritto lei, per contrastare il pensiero unico. Quanto si sia aggiornato per affrontare questa nuova battaglia. A quanto dice lei c’è stata una vittoria delle classi dominanti.

C’è una intervista fatta da uno storico, Eric Hobsbawm, a Giorgio Napolitano, dove si discuteva proprio dell’esigenza del cambiamento delle politiche del principale partito di sinistra per rispondere alle necessità economiche del paese. A leggere il libro fa impressione perché è datato 1975 ma sembra scritto oggi: si era appena usciti da una crisi finanziaria che ha gettato il germe per la crescita del reaganismo e il thacherismo degli anni ’80. E questo nonostante il mondo sia completamente diverso: la divisioni in due blocchi, il compromesso storico solo teorizzato, la violenza del terrorismo di sinistra e di destra che iniziava. Ma già si parlava dell’egemonia del pensiero di destra in Italia e di come questo in qualche modo doveva essere arginato. E dopo quarant’anni ci troviamo nella stessa situazione.

R: Si la differenza è che allora c’era una forza politica, il PCI di Berlinguer, Napolitano, queste grandi personalità che quel partito espresse, che aveva questa linea politica, che aveva questo progetto politico di contrastare. E di contrastare queste tendenze economiche liberiste di destra. Non casualmente alleandosi all’epoca perfino con la stessa Democrazia Cristiana – che non era un blocco unico – di Aldo Moro.

Quell’idea del compromesso storico non era solo un’idea di una alleanza politica, ma veniva fuori sulla base di alcune considerazioni: primo, non si governa una società complessa come quella italiana solo con il 51% dei voti; secondo, proprio per la gravità della crisi economica e sociale si rendevano necessarie alcune riforme in un percorso parlamentare comune. Non c’erano fusioni tra partiti. Non c’erano delle rinunce delle proprie radici o delle proprie identità o delle proprie idee, dei Comunisti rispetto ai Democristiani o dei Democristiani rispetto ai Comunisti. Ma c’era un comune progetto politico per bloccare una crisi economica spaventosa. E quella crisi fu arginata. Si fece una grande riforma sociale: la riforma sanitaria fu fatta allora ed è una riforma moderna, in quanto crea un sistema pubblico per la salvaguardia della salute. Poi con l’assassinio di Moro si interruppe tutto. Non solo un’azione di Governo.

 

 

Qui la seconda parte.




 
Condivisione Democratica  |  Copyright © 2016  |   Tutti i diritti riservati  |  Disclaimer & Privacy
Testata giornalistica on line di riflessione, proposta e approfondimento politico culturale
Registrata al Tribunale di Roma il 25/09/2012 Reg. n. 273
Direttore Responsabile Gerry Mottola